Questa sera, a Firenze

Pubblicato il 17 ottobre 2010 da admin

Lo seguo, lo canto, lo cito, lo stimo e lo amo da quando avevo sedici anni.
Credo di aver assistito a qualcosa come quindici suoi concerti.
Questa sera, a Firenze, canterà di nuovo per un pubblico che lo adora e condivide ogni minima frase da lui pronunciata (che nella maggior parte dei casi non si spinge oltre “Eeeeh… Ooooh…”).
Diciottenne, lo incontrai a Vienna mentre io ero in gita scolastica con la mia classe del liceo e lui rappresentava l’Italia in una rassegna europea di rock.
Di quell’imprevisto, miracoloso incontro, scrissi tutti i dettagli sul blog con cui nel 2005 mi affacciai timidamente in Rete, l’originale “Profe, mi giustifico!”. Il racconto era quello che segue qui sotto. Le foto a cui si fa riferimento nel racconto, seguono il racconto stesso, pubblicate per la prima volta in assoluto dalla sottoscritta (che in realtà dovrebbe censurarle per una questione di pudore, visto lo stato estetico in cui versava nei terribili anni Ottanta).

Si parla di qualche anno fa. Io facevo il liceo. Quinto anno, l’ultimo. Ad aprile, la gita scolastica. Destinazione: Vienna. Poichè trattàvasi di bassa stagione, ci fu possibile pernottare per cinque notti nel prestigiosissimo “Park Hotel Shoembrunn”.
La mia classe era esigua e per lo più al femminile se togliamo Andrea. Ci accompagnavano l’insegnante di Italiano e Latino, professoressa Coscialunga from Monte San Savino, bravissima e molto preparata, e l’insegnante di Greco, professoressa Gonno from Calabria (dove la preposizione semplice “con” suona appunto “gonno”), brava poco e preparata per nulla.
Noi eravamo garrule e gioiose come si è a diciotto anni, ma anche riflessive e un po’ seriose come ci aveva plasmate il liceo che frequentavamo e come ci aveva ridotte lo studio della filosofia del professor Sergio Signorina. Una bella gita da scavezzacollo era quello che ci voleva per riprendere coscienza del quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia.
La città che ci ospitava era, ahimè, stagionata, età media settant’anni, fredda nella temperatura e nell’animo, seppur artisticamente valida. A noi però era sufficiente uscire dalla provincia per respirare aria nuova e prendere consapevolezza dell’infinita ricchezza che avevamo davanti: una vita intera, tutta da vivere.
L’hotel, me lo ricordo ancora con spaventosa nitidezza, era meraviglioso. Una hall enorme ti abbracciava come ne varcavi la soglia, mentre, sulla destra, una gradinata stile imperiale conduceva al gigantesco ballatoio che girava tutt’intorno al salone principale. Di sopra, un bar dal bancone ligneo lunghissimo. Ai lati, angoli fumo con divanetti e poltroncione di pelle. Non so quante camere annoverasse quell’albergo, che si articolava su quattro o cinque piani ed era immerso nel verde, appena fuori dal centro cittadino. Le nostre camere erano spaziose, barocche, capienti e, dieci minuti dopo il nostro arrivo, bombardate a mano. Al pianoterra c’era addirittura una discotechina per le bande di studenti inferociti in gita scolastica come noi.
E infatti, fin dalla prima sera, le due professoresse ci buttarono in disco lavandosi le mani di noialtre adolescenti peggio di Pilato. Solo che questo localino aveva veramente le dimensioni di un circolino comunista di campagna ed era pieno zipillo di studenti romani che ballavano, sudavano e di conseguenza puzzavano.
“Esco a prendere aria -dissi io a una mia compagna- torno tra un po’”. E, attraversata la hall, inforcai la gradinata principesca.
La tiro così lunga perché, mentre salivo, vidi davanti a me, di spalle, il principe azzurro dei miei sogni. Costui saliva le scale come me e mi era di due o tre gradini sopra, affiancato da un tipo che non esitai a riconoscere. Ma non è di questo tipo che desidero parlarvi, bensì, ovviamente, del principe azzurro dei miei sogni.
Che era lui.
Vasco Rossi.
Io salivo la gradinata e lui col il tipo accanto, davanti a me. Il tipo accanto era Red Ronnie. Il quale, annusato olezzo di femmina, si voltò e pronunciò una proposizione oscena che mi rifiuto categoricamente di riportare quivi. Eppure tutto ero, fuorché erotica. Indossavo il solito paio di jeansacci scoloriti e sdruciti e una felpina bianca come il latte con Snoopy mentre arrostisce sul fuoco una salsiccia in compagnia di Woodstock. Niente di più casto, ne converrete. Eppure il sudicio disse una frase porca e il Vasco dei miei sogni si voltò guardandomi e sorridendo.
Fu, per me, come aver visto la Madonna. Assumendo l’espressione ebete dei giovani di Medjugorie e subendo la repentina essiccazione del cavo orale, pronunciai solo, monotona e cantilenante come un rosario mariano di maggio, la seguente frase: “Vasco, sei te? Ma sei proprio te, Vasco? Ma Vasco, sei te?” e così via, a sfumare.
Lui, devo ammettere più sintetico, confermò: “Ma zerto, sono io!” e mi invitò al bar di sopra a bere qualcosa di superalcolico. Io, che all’epoca non toccavo alcool né fumavo cicchini di nessuna sorta, mi ritrovai con una Lucky Strike (spenta) tra l’indice e il medio e una bicchierata di non so cosa alle labbra.
Il Blasco, di cui conoscevo ogni dettaglio biografico, conversava con me come se si fosse due amici di lunga data. Mi disse che si trovava lì a Vienna con tutta la band per rappresentare l’Italia al Festival Rock d’Europa. Nemmeno per la controcassa del cervello mi attraversò il pensiero di andare a recuperare le mie compagne in discoteca.
Quando due di loro mi vennero a cercare, mi trovarono sprofondata sul divano a fare della spicciola e disinvolta conversazione con Vascone, Massimo Riva e Maurizio Solieri. La fotografa ufficiale intanto scattava delle foto. La mia compagna di classe Maria Luisa, prima mi maledisse, poi estrasse dalla tasca la sua portatile e m’immortalò, sempre col cicchino spento in mano che ero uno spettacolino d’adolescente rincoglionita dall’amore.
Le immagini della fotografa ufficiale finirono, non chiedetemi perché, su Grand Hotel.
La mia reputazione in Valdarno crebbe smisuratamente.
Furono giorni memorabili, perché il Blasco, anziché andare in giro per locali a strabere, passò le cinque sere in albergo con tutte noi, a chiacchierare senza orario e senza misura.

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