I poeti vanno presi per la gola

Pubblicato il 22 ottobre 2010 da admin

Come mi piacerebbe. Come mi piacerebbe una mattina entrare in classe e, per una volta, buttarla tutta sul mangiare e sul bere. Per una volta (via i banchi!) imbandire una tavolata di cibi immaginari, stappare botti di vino profumato e far sedere i miei studenti a questo simposio mentale, in mezzo ai grandi della letteratura. Ché quelli, i poeti dico, non crederete mica che campassero solo di endecasillabi e terzine. Quelli (fatta eccezione per alcuni casi rari e isolati) sgranavano e trincavano di brutto. E frequentavano osterie. E s’ingaglioffavano spudoratamente. Certo, non si può mica andare a dirlo a giro. Figuriamoci poi a scuola! A scuola, i poeti li devi presentare come mostri sacri, aurei, intoccabili, irraggiungibili. Praticamente disumani. Invece quelli (per fortuna) umani lo erano fino in fondo. Fino alle viscere.

In principio fu uno magro
Se dovessi pianificare una lezione alternativa di letteratura, dovrei comunque partire da quello che –pur senza saperlo- l’ha iniziata. Perché non si può far sparire il latino e accogliere il volgare senza dire che fu lui il primo a usarlo in un testo scritto. Parlo del poverello d’Assisi, di quello che ragionave con gli uccelli e con il lupo di Gubbio, di quello che s’ignudò di tutti i suoi averi e dei vestiti stessi (in piazza, davanti al vescovo), di quello che scrisse la più bella lode a una divinità. Francesco. Certo, l’argomento cibo con lui mi prenderebbe veramente poco tempo: quello campava d’elemosina, rodeva pane vecchio ed era secco allampanato. Prima di convertirsi, però, le sue belle bettole le aveva frequentate anche lui e le sue randellate alcoliche non se le sarà fatte di certo mancare, in compagnia di quegli stessi amici, tutti ricchi come lui, che come lui di lì a poco sarebbero partiti per la guerra tra Assisi e Perugia. Solo che loro dalla guerra tornarono decorati. Lui invece tornò grullo, agli occhi del mondo. Santo, agli occhi della Chiesa. Poeta, agli occhi dei letterati.

Stupor mundi
Volendo parlare di goduria dei palati rimanendo intorno al Dugento, bisogna in tutti i modi scendere a sud, attraversare lo Stretto di Messina e approdare in Sicilia. Lì, un imperatore esotico e originale, frutto dell’incrocio tra popoli diversi, aveva fatto costruire una magnifica reggia. Si chiamava Federico II, era figlio di uno svevo e di una normanna, avrebbe dovuto governare dalle terre fredde del Nord, eppure disse: “Stateci voi a quest’addiaccio: io vo a vivere a Palermo!”. Alla corte siciliana radunò i più grandi cervelli del tempo, li assunse al proprio servizio come avvocati, notai e poeti, in cambio gli dette alloggio e vitto. Parecchio vitto. Si vociferava che in quella nobile magione succedesse di tutto: banchetti strepitosi all’insegna dei cibi più pruriginosi e al cospetto delle più belle danzatrici del ventre d’Oriente. Diventò così famoso per tutto ciò che combinava che cominciarono a chiamarlo “stupor mundi”. Hai capito, l’imperatore.

Altro che musone

Ma in Toscana? No, dico: se in Umbria le enoteche andavano per la maggiore e se in Sicilia c’era tutta questa rumba, cosa poteva accadere in una regione che in fatto di godimenti enogastronomici ha sempre avuto da insegnare a tutto il mondo? Be’, in Toscana… c’era Dante. E uno pensa: per carità, quel musone. Perché l’Alighieri se lo immaginano tutti così: muso a tinca, giramento di scatole fisso e avemmarie a tutta randa. Pochi sanno che invece a Dante piaceva un monte battere le vinerie della città, ritrovarsi lì coi suoi amici stilnovisti a ragionare d’amore, a stilare classifiche delle figliole più bellocce di Firenze, a leticare con quei puzzolenti della scuola comico realista come Cecco Angiolieri e Rustico di Filippo. A ridere con loro. Sì, Dante rideva. E per ridere a quei tempi, con i guelfi bianchi e i guelfi neri che si facevano la guerra, col pericolo di finire esiliati sempre in agguato e con le ragazze che non concedevano nemmeno un saluto per la strada, bisognava bere per forza. Dante infatti beveva. Facciamocene una ragione e, anzi, amiamolo anche di più proprio per questo.

Buongustaio per antonomasia
Certo però, il toscano più godereccio di tutti resta sempre quello che nacque in punta al cocuzzolo di Certaldo. Nella misura in cui amava la ciccia delle donne, Giovanni Boccaccio cedeva alle tentazioni della tavola. Molte delle cento novelle che formano il Decamerone sono lì a testimoniarlo. Uno che si abbandona alle gioie del sesso con quell’enfasi, non può che essere un buongustaio. Boccaccio amava senza riserve, senza misura, senza controllo, sena ritegno. Di pancia. Di brutto. Gli piaceva affondare le mani. Seni, fianchi, natiche, cosce: gli andava bene tutto, bastava trovarci roba. Uno così, vederlo a tavola, dev’essere stato uno spettacolo.

Il magnifico periodo
Fu però quando la storia si lasciò alle spalle il Medioevo religioso e bacchettone per inaugurare l’epoca moderna delle scoperte geografiche, dello studio dell’humanitas e della vita nelle corti signorili che il gusto di mangiare e bere trovò un vero appagamento. Fuori dall’autunno medievale, dove (si diceva) c’era stato un buio da paura, c’era un’infinita primavera, e sole, e fiori. Gigli, soprattutto. Perché è inutile negare: parlare di Quattro e Cinquecento significa parlare di Firenze. E se si parla della Firenze rinascimentale, uno solo è il nome che ci sale alla bocca. E’ un nome magnifico. Lorenzo de’ Medici imbastiva certe cene, allestiva certe feste, metteva insieme certi eventi che oggi a Firenze non s’immaginano nemmeno nei giorni di Pitti Moda. Nonostante fosse geneticamente privo del senso dell’olfatto, per questa roba qua (va detto) aveva naso. Egli contribuì a diffondere la moda di riservare attenzione all’apparecchiatura delle tavole: vasi, piatti, boccali, bacinelle, brocche, anfore, maioliche, tazze, mesciacqua: tutto si faceva produrre perché di tutto si riconosceva l’importanza per un’elevata qualità della vita. Per il banchetto delle sue nozze con Clarice Orsini arrivarono al Palazzo di Via Larga centocinquanta vitelle, quattromila fra galline e papere, pesci, cacciagione. Tra i primi piatti e i secondi si fece servire un sorbetto artigianale (invenzione fiorentina) estratto dalla famosa limonaia di Borgo Pinti, che all’epoca si dice contasse 3488 piante. Circolarono moltissime botti di vini nostrali e forestieri che Lorenzo generosamente distribuì al popolo anche prima di imbandire i veri e propri banchetti che si svolsero dalla domenica al martedì. Furono consumati 17 quintali tra dolciumi e confetti. E per finire i cenci (detti anche chiacchere, frappe o pampuglie) accompagnate al vin santo, anch’esso invenzione di queste parti. Lorenzo era magnifico per davvero: quando gli avanzava un po’ di tempo libero tra beghe politiche e impegni civili, scriveva. Tutti conoscono il suo “quant’è bella giovinezza, che si fugge tuttavia”; pochi sanno che ne “I beoni” stilò la classifica dei più celebri briaconi di Firenze a lui contemporanei. O perché non mi chiamo Clarice Orsini e non sono nata nel Quattrocento?

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