Pronto soccorso A/R

Pubblicato il 29 ottobre 2010 da admin

Vedere gli studenti raddoppiare, da ventiquattro diventare quarantotto, osservare la stanza dilatarsi e restringersi in un battito di palpebra, quindi girare su se stessa e inusitatamente inclinarsi. Salire al primo piano, entrare nella stanza dei bottoni, chiedere e ottenere ancora prima di aver finito la richiesta il permesso di un’uscita anticipata. Salire in macchina e puntare dritta a casa nel tentativo -dall’esito mai scontato- di uscire indenne dalla promiscuità automobilistica a cui ti costringe la città nell’approssimarsi della pausa pranzo. Cercare un parcheggio, individuarne uno, entrarci di muso pensando poi di far manovra e infilarci meglio di culo, ma intravedere tra i raggi del sole un sospetto, inaspettato firmamento di stelle stelline e stellone, perfino una cometa diresti d’aver visto, tanta e tanto forte era la luce sprigionata. E angeli, arcangeli, serafini, cherubini, troni, tutti radunati nell’inatteso, celeste simposio.

In lontananza, sfumato, un suono. No, non di arpe, non di flauti, né di trombe. Un suono monotono e insistente, che da flebile e distante si fa sempre più becero e corposo: il suono violento dell’ambulanza.

Vi siete mai sparati un viaggetto sul camioncino urlante? Io m’ero limitata a farlo dentro i film, i telefilm, i serial americani ambientati in ospedale. Quattordici anni, quarta ginnasio: General hospital spopolava. Veniva subito dopo Sentieri, il mio preferito. Almeno fino all’avvento di Capital. (sospiro). Ma insomma: no, un viaggio in ambulanza da protagonista non l’avevo fatto mai. Il portinaio del palazzo ti guarda turbato e prima che il doppio sportellone gli si chiuda davanti alza il pollice come a dire forza. Tu la forza la usi tutta per non metterti a piangere come una cacasotto e tieni duro, sorridi ai barellisti come per tranquillizzarli. Uno ti si siede accanto, un altro si posiziona al volante. Ti hanno legata a salame stringendoti due cinghie all’altezza delle poppe e delle caviglie così almeno non sciambrotterai per l’abitacolo. Si parte.

Vantaggio numero uno del viaggiare in ambulanza: il traffico si apre per farti passare come già il Mar Rosso per far passare il capellone di Mosè. Se però uno è assordato dalla musica sparata a mille o distratto dalla conversazione telefonica via auricolare, di sirene basta metterne due. C’è da dire che due sirene fanno paura prima di tutto a chi viaggia a bordo. “Che succede?! Chi si è ferito?! Chi sta male?!” chiedo angosciata al barellista, il quale rassicura: quella che sta male sono io.

Vantaggio numero due del viaggiare in ambulanza: della tua città vedi solo le punte, spigoli di tetto, antenne, rami con foglie gialle, rami con foglie rosse, rami senza più foglie. E vedi uccelli: stormi e stormi di uccelli a farti sulla testa una coroncina di giro-girotondo/casca il mondo/casca la terra/ tutti giù per terra. Giù per terra mezza agonizzante ci sei te, ma va be’, non ci pensare.

In quell’ospedale c’ero stata solo quella volta che Elena Quinta ci aveva partorito il primo figlio. Per il resto, lo avevo sempre guardato lambendolo di fianco in autostrada negli infiniti anda-e-rianda a casa dei miei genitori e sfiorando ogni volta il materiale sferico a portata di mano per una forma di superstizione che induce ad aver paura, prima di buscarne.

“Meglio pisciare a letto, che aver bisogno dei dottori” è la raffinata massima che mio padre ama citare quando parla di malasanità. Mentre attendo che qualcuno venga a visitarmi, ho tutto il tempo per dargli ragione.

Di fianco a me, sul lato destro, giace un settantenne senza fissa dimora e alcolizzato il cui olezzo è un inedito mixage di vino, birra, piscio e sudore. Biascica tra sé in colorito romanesco e stramaledice la giovane assistente sociale che gli ha appena posto qualcosa come cinquanta domande, una più imbecille di quell’altra. Razzola con le mani sporche dentro numero tre buste di plastica che contengono la sua vita e sono la sua casa. Nomina più volte un figlio residente a Istanbul e supplica l’assistente sociale di cui sopra affinché non cerchi di rintracciarlo, per non disturbarlo.

Di fianco a me, sul lato sinistro, rantola una novantenne di sesso femminile e dai bronchi compromessi, che tossisce, agevola il distaccamento dei catarri dalle pareti gutturali, indi rielabora e impasta il bolo mucoso all’interno della cavità orale rimasticandoselo ben bene tra le gengive e i tre denti sopravvissuti all’ecatombe senile, prima di espellere la bomba batterica non so dove e non voglio neanche saperlo.

Di fronte a me, a una distanza indesideratamente ravvicinata, sonnecchia supino un ottantacinquenne pelle e ossa evidentemente tormentato dal caldo che, in cerca di refrigerio, abbassa il lenzuolo, abbassa la patta del calzone, abbassa la mutanda e solleva, tirandolo per la pelle del glande, un uccello centopelli in agonia. Quindi ne infila la testa mansueta e reclinata in un pappagallo di plastica e lascia andare la vescica, in uno ssshhhhhhh della durata di una ventina di secondi che viene diffuso nell’ambiente in un raffinato dolby surround.

Intorno a tutti noi, una quindicina di disperati come noi che osserva in un mutismo rassegnato l’andirivieni inutile e quasi ostile di due infermiere acide e sprezzanti, sorde a ogni richiamo, indifferenti a ogni minima esigenza, cieche davanti all’evidenza della loro bassa umanità.

Sopra a tutti noi, prigioniere di porte chiuse e finestre serrate, apatiche e stordite girano tre mosche nere, modello classico, da rocchio di merda su ciglio di strada.

Alle 17,30, dopo sette ore di un’attesa ingiustificata, disidratata per la mancata distribuzione di un misero bicchier d’acqua, incredula al cospetto dei meccanismi di un ospedale di una città del centro Italia, chiedo timida a un’aguzzina vestita di bianco se esista un luogo alternativo a quello maleodorante e miserevole in cui sono stata parcheggiata.

Poiché “Signorina, il pronto soccorso è questo: faccia poco la schizzinosa” è la risposta che ho da costei, scendo con cautela dal mio letto, torno dentro le mie scarpe, firmo il modulo di dimissione volontaria e mi levo finalmente dai coglioni.

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