Tutta la vita dentro un salone

Pubblicato il 12 novembre 2010 da admin

Che mi trovavo in quel posto per presentare il mio ultimo libro me ne sono scordata nel momento in cui sono arrivate le prime persone.

Nel pieno della serata, seduta a un tavolo troppo grande per me, in una sala sproporzionata rispetto alle mie aspettative, tra le mani un libro dalla copertina verde lavagna, accanto una relatrice di pathos e di grinta, ho guardato davanti e ho capito che tra quella gente era riassunta tutta la mia vita.

Il babbo e la mamma. La nascita, l’inizio, l’origine e l’uovo. La mia casa solida e pulita, la mia famiglia unita, o tutti o nessuno, i miei pomeriggi infiniti, la scoperta traumatica che Babbo Natale e la Befana erano una menzogna detta per amore, i giornalini di Topolino, gli animalini di plastica della mia fattoria, il Lego rosso, la stanza enorme e vuota  dove gironzolare con la biciclettina.

Il fratello. L’esplicita richiesta fatta per averlo, maschio mi raccomando, e con quel nome lì, che ho voluto io. Contemplarlo per mesi, cambiargli il pannolone, dormirgli accanto e guardargli le mani a pugno agitarsi nel sonno. Le scuole elementari dalla zia Lolly, i compiti fatti insieme nel pomeriggio, le classifiche dei condòmini del palazzo, il vecchino più ganzo, il signore più gentile, la donnina più stronza, il ragazzo più strullo, il più brutto, il più odioso, il più buffo. Le fasi della merenda, fase burro e acciuga, fase pane vino e zucchero, fase pomodoro stropicciato sul pane, fase Saccottino scaldato nel forno, fase Nutella e mascarpone, fase Nutella e burro, fase yogurt agli agrumi di Sicilia. Le notti fonde a raccontarci i segreti, la mia prima volta, la sua prima volta, le scoregge sul cuscino, i balli sulla scrivania, i pomeriggi sul letto a guardare la libreria.

Il sacerdote dell’adolescenza. Gli anni tra oratorio don Bosco e campeggio Gastra, la conoscenza di sé, il sogno e il bisogno che Dio ci fosse, la voglia di cambiare il mondo, i suoi capelli già bianchi, il suo dente scheggiato davanti, le sue mani che potrei disegnare anche ora, le sue prime lezioni di Latino, rosa rosae rosae, laudo laudas laudavi, il suo cane Titti, la sua camera stipata di libri e di ragazzi uguali a me, anni Ottanta e non sentirli, i boschi, la natura, il sole dentro la vita. Finché, un giorno, il buio per il suo trasferimento. Quando anche Dio smise di esistere e io in chiesa smisi di andarci.

Gli amici dell’adolescenza. Chitarre e basket, muscoli e sorrisi, baci senza lingua, baci con la lingua, mani intrecciate, lettere di colori e profumi su una carta che ora nessuno acquista né usa più.

L’amica dell’università. I suoi capelli rossi, il nostro esame di Geografia Economica a casa sua, il nostro esame di Storia Moderna a casa mia, le pastasciutte al sugo della mia mamma, i dolci alla crema della sua nonna.

Gli amici della Casa del Sorriso dove andai a vivere dopo l’addio alla casa natale. Il primo bicchiere di vino, le notti davanti al fuoco, la mancanza di agio e di soldi, la certezza di essere ricca davvero in mezzo a cani gatti gente sconosciuta musica in aria lago di nutrie tramonti mobili e muri scortecciati che sembrava venissero giù.

La collega napoletana incontrata negli anni di Bergamo. Le mattine al liceo, i pranzi al cinese, le notti nello stesso letto a chiacchierare fino all’alba. Le cene toscane, le cene partenopee, gli amici comuni, i dolori uguali. La voglia di andare, il bisogno di stare, l’istinto di fuggire.

Il preside della scuola in cui ho lasciato quel pezzo di cuore e i colleghi di tutte le scuole da cui sono passata e che non rivedevo anche da dieci anni. Il mio preside di adesso, le colleghe che conosco da soli due mesi e con cui me la dico che non mi pare vero.

Gli amici incrociati nella Rete che mi fa da anni prigioniera volontaria. Persone che hanno preso il treno a Milano, a Siena, a Bologna, a Roma, ad Arezzo, e sono venuti a Firenze nel peggior giorno della settimana, sotto una pioggia scrosciante e un cielo di ragno e di piombo.

Gli amici dell’età consapevole e matura, quelli cercati con perizia, riconosciuti tra mille, voluti con forza, mantenuti con impegno, quelli a cui non vorrei mai rinunciare, che amano e si lasciano amare come a ciascuno di noi riesce, pieni di limiti e colpe come siamo, ma siamo così, e soprattutto ci siamo.

Gli studenti che ho avuto, gli studenti che ho. Guardarli e perdermi nei loro occhi di luce e futuro, abbracciarli e annusare il profumo del passato, ascoltargli le voci e non ritrovarci i timbri noti, se non fosse per quel lessico a noi familiare che usano ancora, e basta un nome (Capperucci) per ridere insieme come quel giorno in cui il Capperucci chiamò a scuola per dirci che avevamo vinto, e basta un nomignolo per rivederli com’erano e non saranno mai più.

La mia suocera e la zia acquistata, anche se non sono sposata. Due donne ironiche e tolleranti, aperte e accoglienti nei confronti di una nuora che nuora non vuole diventare, che preferisce scrivere libri che cucinare, che non è disposta a cambiare per farsi accettare, che va accettata com’è punto e basta.

L’uomo con cui divido la vita, in questa parte di vita. I suoi occhi di ghiaccio a guidarmi dalla prima fila, le sue mani solide a spezzare cioccolata per tutti, il suo mazzo di fiori allegro come lo è sempre lui, la sua testa perfettamente rotonda piena di idee e intuizioni, il suo cuore capace di perdonare, quel suo essere insieme, come mi hanno fatto notare in una definizione cucita addosso a lui, gran gentiluomo d’altri tempi e cialtrone.

Parlavo dentro un microfono e quasi non seguivo il mio stesso discorso, distratta e attratta da tutta la vita che mi scorreva davanti e dagli argentini “zia!” che mio nipote tirava nell’aria mentre la sua mamma mi veniva incontro per un abbraccio tutto nuovo e atteso.

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