Prima di morire

Pubblicato il 27 febbraio 2009 da admin

Ti svegli e parti la mattina presto, perché ti hanno detto che l’ospedale di quella città è migliore, i macchinari all’avanguardia e il personale specializzato in gentilezza e sensibilità umana.

Ma tu hai l’uggiolina addosso e nella notte ti sei rigirata nel letto come una gatta che si ributola sull’erba, per la paura di andare a farti smanacciare là dove ti accarezza solo un uomo, il tuo.

Ti hanno detto che fa male perché quelle due piattaforme premono con forza. Ma ti hanno detto anche che fa ridere perché il gel è freddo e l’aggeggio che ci passa sopra fa il pizzicorino.

Sei arrivata e già il parcheggio da solo ti ha messo in soggezione. Ma hai raggiunto quel giovane uomo che camminava nella tua stessa direzione, gli hai chiesto un’indicazione e lui -che andava a svolgere il suo lavoro di ricercatore nella sezione dei neonati- ti ha accompagnata proprio lì, al reparto che cercavi.

In fila, prima di te, erano tutte donne. Giovanissime, giovani, così così, anzianotte, anziane, molto anziane, vecchie. Madri insieme a figlie, ragazze con un’amica accanto, mogli accompagnate dai mariti, fidanzate insieme ai fidanzati.

Tu eri sola, perché queste cose ti piace farle senza nessuno che possa distrarti, che cerchi di consolarti, che tenti di farti coraggio. Tu il coraggio sei sempre stata convinta di averlo fin da quando eri bambina e ti serravi in bagno  con la testa sopra il lavandino a strapparti il dente da latte a mani nude, per tornare in cucina disinvolta ma anche trionfante a mostrare che, tra te e lui, l’avevi vinta te. Ma quale filino legato alla maniglia della porta. Quale soldino da lasciare sotto il bicchiere. Ti sei strappata via tutti i dentini senza fare un verso e l’adolescenza è arrivata così, con un sorriso insanguinato.

Eri sola, ma quelle donne ti si sono avvicinate e ti hanno parlato. Pensavano che tu fossi triste, gli sembravi preoccupata. Perché lo eri. Loro probabilmente lo erano più di te, però si sono fatte in quattro per spiegarti cosa ti aspettava una volta varcata quella porta. Certe calcavano sul dolore, altre insistevano sulla necessità di provarlo prima, per non avere grane dopo, altre ancora confidavano il loro vissuto. E tu pensavi che di quelle donne stavi conoscendo tutto senza però conoscere loro e che, dopo quella mattinata insieme, non le avresti viste più.

Strani gli incontri d’ospedale. E strana anche la vita, in ospedale. Un microcosmo complesso, completo e autosufficiente che però tiene una porta sempre aperta per accogliere l’esterno in zoccoli bianchi, ciabattoni verdi, scarpe comode e basse,  capelli legati. Non c’è posto per i fronzoli, in un ospedale. Niente profumi, balocchi e tantomeno maritozzi. In ospedale i pensieri si fanno melmosi e lenti. In ospedale fa sempre troppo caldo.

Il tuo nome pronunciato da un camice bianco non ti è sembrato tuo, ma come seguendo un ancestrale istinto ti sei alzata e l’hai seguito in una stanza piccola e oscurata dove ti hanno detto di spogliarti ma soltanto nella parte superiore del tuo corpo.

Così ti sei trovata con la gonna in jeans, le calze a metà cosce, le mutande e gli stivali. Il resto appeso al braccio di un attaccapanni.

E hai pensato a come è strana la sensazione di sentirsi sull’orlo di un baratro, ad aspettare che qualcuno ti dica se devi buttarti nel vuoto spaventoso o se puoi continuare a camminare sulla terra madre, come è strano avere per la prima volta il pensiero del male, come è passato rapido il tempo da quando eri bambina e credevi che la tua vita sarebbe stata senza fine. Poi hai capito che, come tutti gli altri umani, una fine ce l’avrai, c’è soltanto da sperare che essa venga a chiamarti più tardi possibile. Mica per nulla: devi fare ancora tante di quelle cose. Vuoi cambiare casa, vuoi vedere l’Africa, vuoi andare a Cuba, vuoi salire su un cammello, vuoi toccare un elefante, vuoi fare il bagno coi delfini, vuoi adottare un cane, vuoi convincere quella gatta maremmana a fare la pendolare tra città e campagna insieme a te, vuoi aspettare la menopausa per prenderti in giro da sola, vuoi amare ancora le dieci persone più importanti della tua vita, vuoi ascoltare tanta musica, vuoi leggere mille libri, vuoi finire il tuo romanzo.

Quando ti vengono a dire che potrai fare tutto questo e molto di più perché (per il momento almeno) sei sana come una trota salmonata, il corridoio su cui ti riversi non è più una corsia d’ospedale ma un ingresso tirato a cera che ti accompagna verso tutto il mondo che vuoi vedere, toccare, mordere e mangiare, prima di morire.

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