Non ci sono più i medici di una volta

Pubblicato il 31 gennaio 2011 da admin

Ammalarsi, da piccina, era una festa tripla. Prima di tutto perché si materializzava il babbo con un Gianni Rodari nuovo di zecca tra le mani da gustarsi tra gli starnuti, le smoccicate, le coperte calde e la sudorina girocollo. Secondo perché Sgomèa per cena faceva la braciolina a friffrì ma col purè. Terzo perché arrivava lui: il Cave.

Il dottor Alfredo Cavezzuti aveva lo studio nella stessa villetta in cui abitava, in via XXV aprile davanti alle Case Fanfani, ed era una pallina d’uomo. Tondo nella forma e nell’essenza, della sfera rievocava anche l’armonia, la musicalità, la perfezione. Il nostro medico di famiglia, condotto come si diceva quando nella scelta lessicale si metteva una certa cura, era veramente uno di casa. Prima di tutto, a casa ci veniva, fisicamente. E, quando arrivava, ci rimaneva a lungo. Ti entrava in camera col passo rispettoso di un estraneo e allo stesso tempo confidenziale di un amico. Si affacciava dalla porta e i suoi occhi, già stretti di per sé, si chiudevano in un sorriso sornione che assomigliava tanto a una lieve presa di culo. Come se uno s’ammalasse per fare uno scherzo a lui, per avere la scusa di incontrarlo, per rompergli le scatole. Eppure le scatole a lui non le rompevi mai. O forse sì, tipo quando lo chiamavi la sera tardi, a buio, ma lui non te lo faceva mai sentire. Poi, una volta che c’era, era capace di rimanere seduto bordo letto anche mezz’ora. Era una sensazione deliziosa e consolante avere il medico in casa e potergli parlare con la dovuta calma dei tuoi problemi di salute senza l’ansia di far presto.

“Dottore! La guardi, come l’è rossa! -spiegava la mia mamma indicandomi stremata sotto le coperte- La c’ha la febbre a 39 da stamani!”
Senti raspar fra le macerie e i bronchi la derelitta cagna ramingando su le fosse e famelica ululando; e uscir del teschio, ove fuggia la luna, l’úpupa, e svolazzar su per le croci sparse per la funerëa campagna e l’immonda accusar col luttüoso singulto i rai di che son pie le stelle alle obblïate sepolture…” rispondeva lui placido e imperturbabile.

Il Cave aveva un debole per Foscolo. Per cui, di una visita (metti) di quarantacinque minuti, dieci riguardavano questioni prettamente mediche, per il resto la si buttava tutta in poesia.
Oltre a padroneggiare agilmente il Niccolò Ugo from Zacinto, il Cave alternava parole sue a terzine dantesche di eufonici endecasillabi. Tanto amava il sommo fiorentino, che s’era anche avventurato in una riscrittura del poema divino ricollocandolo in ubicazione valdarnese e rivisitandolo in chiave ancor più pungolata. Quasi quasi uno sperava di ammalarsi, per scoprire come procedeva.

Quando gli fu detto che m’ero iscritta al Classico, il Cave andò in brodo di giuggiole. Da allora, sollevando in me un’ansia da prestazione non indifferente, prese a interrogarmi puntualmente, per lo più in lingua greca, aggravando le mie condizioni di salute che quando avevo a che fare con lui erano già, evidentemente, cagionevoli.

La terza indomabile passione del dottor Cavezzuti, dopo la medicina e la poesia, era la caccia. Possedeva egli un setter depresso che teneva in uno spazio angusto sulla strada terminante in un casotto ligneo. Il cane risorgeva ciclicamente a ogni appuntamento col calendario venatorio e quando il Cave poi ti veniva a visitare ti intratteneva col racconto epico di gesta canine e umane insieme.

Se poi andavi tu allo studio da lui, allora meritava farsi il segno della croce. I tempi non erano lunghi. Erano morti. Ogni paziente metteva le tende dentro la stanza odorosa e pittoresca in cui il dottore ti riceveva. Mica uno di questi studi moderni e asettici in multiproprietà dei dottorini d’ora: no, un vero studio personale e vissuto, con un bagaglio d’anni e d’esperienza sul groppone capace di rassicurarti sull’attendibilità delle diagnosi. Fintanto te ne stavi fuori consumato dall’attesa del tuo turno stramaledivi la disponibilità del medico e la sfacciataggine del malato, poi però quando stava a te ti dimenticavi di tutti quelli che erano rimasti fuori, che s’attaccassero, eccheccavolo, rilassavi la mente, lasciavi andare la lingua, e via quelle lunghe chiacchierate di famiglia.

Quando divenni (ehm) sessualmente attiva, talune sedute cessarono di essere familiari e si fecero strettamente riservate: mi presentavo al cospetto del mio adorato Cave con la faccia colpevole di chi sta per assassinare il proprio padre o la propria madre e chiedevo, in completa umiltà e ridondanti sensi di colpa, una scatola di Trigynon. Lui allora mi guardava a occhini stretti e sorrideva, ma dietro quel sorriso ci vedevo un po’ di nostalgia, per la velocità con cui il tempo inesorabile scorreva, per la rapidità con cui da bambina m’ero fatta donna e andavo a farmi prescrivere la pillola della contraccezione consapevole.

Il Cave ci lasciò molti anni fa.

Ora a Firenze ho una dottoressa che, in un decennio, non ho mai avuto il piacere di vedere materializzata a casa mia nemmeno per questioni serie. Il nostro rapporto, a meno che non sia io ad andare da lei e a sottopormi a un consulto nel corso del quale ella non mi guarda neanche negli occhi, è esclusivamene telefonico. All’apparecchio però non ho il mai il piacere di parlare con lei direttamente: parlo sempre con tale Vincenza, la sua centralinista tuttofare, che risponde, chiede quale sia il mio problema, se lo appunta, e poi scende alla farmacia sotto lo studio a depositare quello che mi abbisogna. Ma si procede (intuibilmente) a intuito.

Questa mattina ha avuto luogo la nostra prima e ultima conversazione telefonica diretta: sosteneva che per prescrivermi una cura che mi guarisse dalla febbre era necessario che mi recassi al suo studio perché lei a casa mia per un’influenza, spiacente professoressa, ma non ci veniva neanche morta. A sostegno delle sue folli argomentazioni sosteneva che ormai tutti fanno così, anche i pediatri, che invitano i genitori a portare i bambini da loro, per non essere costretti ad andare loro a casa dei bambini malati. Che non è più Maometto che (profumatamente retribuito, n.d.r.) va alla montagna, ma la montagna (becca e bastonata, n.d.r.) che deve andare da Maometto anche con 38 e mezzo di temperatura. A me che replicavo facendole presente la mia impossibilità ad abbandonare la casa per via di una visita fiscale che mi sta pendula sul collo come già la spada a un certo Damocle, costei rispondeva generosa che, al verificarsi di tale sfigatissima casistica, ella stessa avrebbe posto rimedio compilando un modulo in cui documentare la mia presenza nel suo studio durante suddetto orario di visita. Poi chiaramente a me sarebbe toccato uscire di nuovo da casa per tornare in viale Santa Rosa al centro di medicina legale, respirando un’altra salutare boccata d’aria gelida del mattino (ufficio aperto al pubblico dalle ore 8 alle ore 9).

E’ stato quasi orgasmico, il piacere di dire a quella donna che mi cercherò un altro dottore. E che (anche se so bene che non esistono più) me lo cercherò uguale al caro, indimenticabile dottor Alfredo Cavezzuti.

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