They have a dream

Pubblicato il 24 febbraio 2011 da admin

Da quando frequento il corso di glottodidattica, il martedì sera torno a casa con la crisi aggrappata alle spalle.
Sei ore mattutine in classe, un pranzo con l’imbuto e, a partire dalla quattro, tre ore di corso. Dev’essere anche una questione di stanchezza, ne convengo.
Ma più che altro sono quei due là. Lui e lei. Alan e Franca. I facilitatori linguistici che gestiscono il corso.
Delicatissimi entrambi e con un approccio al proprio lavoro e (immagino) alla propria vita solo all’apparenza in punta di piedi: in realtà due capetoste mica da poco, integerrimi e radicali, impavidi e guerrieri, etici e puri, non conoscono la mezza misura. E se anche la conoscessero, la scarterebbero a priori. Perché loro sono tempesta e assalto, sono sturm un drang, sono acqua e sangue, carne e mente, sono praticità e utopia.
Loro hanno un sogno grande, immenso: l’intercultura. Un matrimonio in grande stile tra gli studenti italiani e la magnifica orda di studenti stranieri che ha preso d’assalto la scuola italiana in genere, quella in cui insegno io in particolare. Loro sognano lezioni in cui tutti arrivano a tutto pur percorrendo strade diverse, in cui l’integrazione ha la medesima dignità del mero apprendimento, in cui le regole della grammatica valgono come la felicità. Loro ci parlano di motivazione, di globalità, di analisi e sintesi, di riflessione, di rinforzo. E solo alla fine, di verifica. Loro pretendono che ci mettiamo in piazza, che ci giochiamo la faccia, che diamo tutto quello che abbiamo -tempo, tempo, tempo… più tempo possibile- ai nostri ragazzi. Che c’inventiamo lezioni con cui stupirli ogni mattina, che ce li portiamo mentalmente anche a casa, che da loro tiriamo fuori stupore entusiasmo meraviglia emozioni. Loro ci chiedono di metterci intorno ai tavoloni della sala professori e di buttare giù le nostre grandi idee che non sospettiamo di avere, senza litigare, senza irrigidirci, senza provare quei sentimenti astiosi che tanti colleghi provano gli uni per gli altri talora inspiegabilmente. Loro ci chiedono di fare di tutto affinché per i nostri ragazzi sia costruita una scuola nuova.
Una scuola che non c’è.
Per questo torno a casa con la scimmia della crisi aggrappata alle spalle. E mi sento inadatta. E mi sento fallibile. E mi sento impotente.
Ma loro hanno un sogno che mi piace tanto e anche solo per sognarlo insieme vale la pena di incontrarli ancora, ogni nuovo martedì che viene.

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