Asor Rosa per regalo

Pubblicato il 23 febbraio 2011 da admin

Ho passato dieci giorni chiusa nelle biblioteche e negli archivi a leggere epistolari e memorie, ho portato a termine quell’impegno importante, ho consegnato un lavoro che è piaciuto tanto a chi doveva giudicarlo. E’ stato come prendere dieci a scuola.
Così oggi mi sono fatta un regalo.
Un pomeriggio tutto per me, lontano dai tasti bianchi del computer e dal tepore consolatorio della casa. Lontana dal silenzio della sala delle consultazioni, dentro il rumore che fa la gente. Via, fuori, un pomeriggio per le strade a fare la vagabonda, a camminare con il naso verso il cielo. E all’orario canonico delle cinque e mezzo sono andata a ritirare il mio regalo appena arrivato alle Oblate dalla Capitale: un Alberto Asor Rosa in carne e ossa, coi baffetti e i capelli bianco latte e un golfino blu calato su una pancetta da anziano appena abbozzata. E’ venuto a parlarmi di una certa Assunta e di un certo Alessandro, la sua mamma e il suo babbo, il giorno e la notte, mistero del silenzio lei, miracolo della parola lui, incastonati tutti e due nella cornice del falansterio romano dove lui stesso è cresciuto.
Come se avesse saputo che un giorno il figlio ne avrebbe fatto un libro di memoria, suo padre gli aveva lasciato un quintale di materiale, perfettamente archiviato.
Per il critico letterario che ho amato di più ai tempi dell’università è stata un misto di piacere e dovere ridare vita -e stavolta eterna- a quelle carte, a quelle persone.
Per me, gustarmelo finalmente come scrittore dopo aver letto pagine pagine di teoria e di analisi, è stato il regalo migliore che potessi fare a me stessa, in un pomeriggio assolato, algido e beatamente egoista.

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