L’adolescenza è un monstrum

Pubblicato il 27 febbraio 2011 da admin

Ma poi, chi l’ha detto che quella è l’età migliore? Chi l’ha detto che quelli sono gli anni più felici e spensierati? Io rammento un gran groviglio di budella e un’impenetrabile nebulosa mentale. Mi sento ancora in bocca, se ci ripenso, il sapore metallico e amaro del disagio che provavo a quindici anni: per come mi stavo trasformando dentro e fuori, per come credevo di essere e per come invece il mondo fuori di me mi percepiva. Non più girino ma non ancora rana, non più bruco ma ben lontana da essere farfalla. Un ibrido improbabile, un incrocio infelice: mezza bambina e mezza donna, gli occhi sgranati a cartone animato e la prima peluria nelle zone celate, la voce infantile e due chiodini imbarazzanti che spingevano sotto la maglietta costringendomi ad ingobbirmi per proteggermi dalla vergogna. La paura di perdere le garanzie e le sicurezze godute fino ad allora, l’istinto di buttarsi e la vertigine di cadere, la fame di esperienza e la preoccupazione di un’indigestione esistenziale. Stavo male. Poi magari in ascensore m’imbattevo nell’adulta di turno che guardandomi, invidiosa sospirava: “Ah, beata te che sei così giovane, beati voi che siete nell’età più bella…”. Mi montava addosso un astio, mi saliva in gola un acido: ma che ne sapeva, quella lì, di come mi si straziava la bocca dello stomaco per essere stata rifiutata da quell’amore che avrei giurato eterno, di come mi consumava la delusione per quell’amicizia che senza perché aveva voltato le spalle e cambiato strada, di come mi faceva sentire sola non vedere più un sorriso complice disegnato sul volto dei miei genitori, ma un ghigno giudice e sarcastico che mi mortificava e mi castrava? L’adolescenza è un mostro. Ma per i latini “monstrum” voleva dire “prodigio”. E infatti dopo un prodigio lungo più o meno un decennio, alla fine di una specie d’incantesimo, quasi uno scherzo di cattivo gusto, eccolo là: il rinascimento. La consapevolezza, imprevista e improvvisa, di aver spanto manciate di semi, finiti sotto terra, fango, merda, e lì rimasti sommersi e protetti, al buio, al caldo, fino al giorno in cui il germoglio ha spinto per sbillare, per uscire fuori, liberarsi, gridare.
Quella che sono oggi lo devo a quella che fui in quei giorni di tenebre e silenzio, di disagi e inadeguatezza, di contraddizioni e desideri.
Per questo ogni mattina, ora che sono adulta e faccio l’insegnante, quando entro in classe e me li vedo seduti davanti, gli adolescenti che mi sono toccati in sorte perché faccia un pezzo di strada accanto a loro, li guardo, li contemplo, me li studio con simulata distrazione, mentre cerco di tenere ben presente come mi sentivo quando ero uguale a loro e mentre provo ad aiutarli affinché la loro adolescenza sia una manciata di semi da buttare nella terra.

(“Si stava peggio quando si stava meglio”, pubblicato sull’ultimo numero di “Fuoribinario”, marzo 2011, dedicato interamente al tema dell’adolescenza)

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