Sotto un cielo così bello (quando è bello)

Pubblicato il 27 marzo 2011 da admin

Nel giro di quattro giorni, mettere due volte la testa sotto il cielo della Lombardia, così bello (diceva Manzoni) quando è bello.

La prima.
L’altro ieri, subito dopo la scuola: passare al volo da casa, buttare un cambio dentro il trolley, stropicciare il gatto e chiamare un taxi. Tra i binari di Santa Maria Novella, in mezzo al su e giù di teste in movimento, scorgere il viso del collega d’Inglese e scoprire che va a Milano pure lui, fare il viaggio insieme e conoscerlo un po’ meglio, raccontargli un po’ di me e farmi raccontare un po’ di lui, senza registri né libri nelle mani, con una caramella in bocca anziché il solito caffè espresso del cambio dell’ora.

Arrivare in Centrale e sentirsi nei buchi del naso un’aria diversa, frizzantina. Primavera sì, ma un po’ più timidina. Il traffico invece no, è sempre quello, bello possente massiccio rallentato con qualche punta di nervoso. Incappare in un taxista che è contento di dovermi portare all’Hotel Des Etrangers perché così si sta una mezz’oretta insieme e si parla di quante macchine attraversano Milano. Più che parlare, ascoltarlo mentre dice. E intanto pensare a come sono imponenti i palazzi di questa città, che è l’unica in Italia a darmi l’illusione di essere in Europa. E quindi giungere a destinazione, quant’è, pagare, scendere, ringraziare, salutare, e sapere che non ci si rivedrà mai più, mai più campassimo cent’anni.

Cenare alle sette e mezzo con il presidente dell’Associazione Genitori della Scuola “Carlo Porta” perché l’incontro con l’ostile arena (“Ma non ti preoccupare: verranno anche diversi colleghi a darti manforte!”) è fissato un’ora dopo: proteine per l’energia, farinaceo per l’apporto zuccherino e mezza birra per un rincalzino di coraggio. Accogliere il giornalista del Corriere della Sera con l’angolo della bocca sudicio di salsa tartara e lasciarsi consolare dal sorriso che nonostante questo si apre sulla sua. Apprendere che ha letto l’ultimo libro e l’ha apprezzato tanto benché sia padre di due figli (o proprio per questo), vedere che ha fatto il becco alle pagine che preferisce e scoprire che dopo, davanti all’uditorio, vuole leggerle con me, teatralizzando i dialoghi presenti.

Attraversare la strada per raggiungere la scuola e sulle strisce pedonali sentirsi affiancare da un uomo che quattro estati fa, in vacanza sulle coste di Versilia, s’imbatté nella mia prima pubblicazione e -quando successivamente andai a Milano a presentarla- mi si materializzò davanti con un mazzo di fiori che aveva le stesse dimensioni del suo corpo. Abbracciarlo in mezzo a quattro corsie e attingere una boccata di forza interiore da quell’inattesa presenza amica.

Varcare un cancello, superare un portone, stringere mani, seguire passi e constatare che la serata si terrà nella palestra perché i genitori che verranno saranno proprio tanti.

Trovarseli schierati davanti tutti insieme e scoprire che non sono contrariati e livorosi come io temevo.
Ma dotati di sorriso, volontà di ascolto e di confronto come io speravo.

(E la seconda? La seconda domani, quando mi arrampicherò di nuovo verso il Nord per raggiungere Stresa e, strada facendo, metterò ancora la testa sotto il cielo della Lombardia.)

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