Mi perdoni padre, poiché ho peccato

Pubblicato il 19 giugno 2011 da admin

“Sei guarita? Ti senti meglio? Allora vestiti: oggi domenica ecologica e biologica.”
Sicché una cosa fa? Si veste e parte. Tanto (dice a se stessa) sarà una domenica per certi aspetti sotto tono, modesta e moderata, a zero eccessi e anzi, proiettata verso quella rassicurante morigeratezza tanto consolante, dopo che si è stati poco bene a letto per tre giorni.
“Parcheggiamo in piazza Poggi e facciamo quattri passi verso il centro, che ne dici?”
Che ne dico: dico che va bene, quattro passi non hanno mai ammazzato nessuno, e oggi poi è una giornata così ariosa e ventilata, fresca nonostante i trenta gradi, che spinge a camminare, intrufolarsi tra i turisti, fingere di essere una di loro, venuta da lontano, l’aria emaciata non per l’influenza ma per il viaggio, magari il fuso orario, la notte insonne e le valigie sempre troppo pese.
“Prendiamo per Santo Spirito? Dovrebbe esserci la Fierucola.”
Ma sì, prendiamo per Santo Spirito, la mia piazza preferita di questa città in cui non so mai che cosa scegliere da quanto mi garba tutto, ma Santo Spirito però, be’, Santo Spirito c’ha tutta la sua storia, nei meandri della quale s’infrena anche la mia, quando ero una ragazza e ci facevo notte, quando insegnavo agli stranieri e ci comparivo di prima mattina, quando m’ero fissata con la colazione dai Ricchi, quando poi m’impuntai con l’aperitivo del Cabiria, quando poi mi prese la fissa per l’osteria all’angolo, e quando mi piaceva starci semplicemente a bivaccare leggere e guardare, guardarmi intorno, guardare la gente atipica che l’attraversava, guardare il profilo sinuoso della chiesa omonima riprodotto da mille pittori, guardare gli alberi frondosi e mossi d’estate, spogli e illuminati da dicembre in poi.
In piazza Santo Spirito in effetti la Fierucola c’è: un tripudio policromo di bancarelle tutte issate nel sacro nome del biologico, del naturale che più naturale non si pole: pane fatto in casa, frutta colta da alberi veri, verdura coltivata in campagna, dolcetti della tradizione contadina, vino vino, olio olio. Per cui si comincia proprio come s’era deciso: assaggini vegetariani, in casi estremi pure vegani, zucchine a dadolini su crosticina di pasta, pizzine integrali con pomodoro messo sopra all’ultimo minuto, roba fresca insomma, roba favolosa.
“Se dietro queste mappazze secche non ci bevo qualcosa di molto fresco vo via di cervello.”
Il tradimento alla giornata dell’ecologia comincia in questo modo. E ora non starei nemmeno a puntualizzare su chi per primo abbia pronunciato la peccaminosa frase, diciamo che è andata così, qualcuno la dice e il resto accade in inarrestabile conseguenza. Tempo di uscire dalla piazza, imboccare via Maggio, scavallare il ponte alla Carraia, prendere per via dei Tornabuoni, girare verso piazza della Repubblica, ed eccolo là. L’Hard Rock Cafè di Firenze.
“Dai, un hamburger e una birra ghiaccia nel regno dell’omologazione, della globalizzazione, della perdizione, per una volta, una volta sola! Ho letto positive recensioni su questo megalocale appena inaugurato, ma lo sai che hanno assunto a tempo indeterminato centocinquanta ragazzi? Andiamo a vedere che tipi sono. Andiamo a vedere come l’hanno fatto sulle ceneri del vecchio Gambrinus. Andiamo a guardare gli arredi, la chitarra di Ghigo, la borsetta di Madonna, il cappello di Bob Marley. Andiamo a consultare il menu!”
Dalle ceneri del vecchio Cinema Gambrinus hanno tirato fuori il più bello tra gli Hard Rock Cafè del mondo. I centocinquanta ragazzi che ci lavorano li hanno scelti per capacità d’accoglienza, gentilezza e professionalità. Gli arredi mescolano armoniosamente quello che c’era prima -gli immensi lampadari, lo schermo gigante, i fari e i bassorilievi in marmo- con quello che c’è stato messo dopo -dal bancone lussuoso ai tavoli curati, dal palco coi divani giganti alle nicchie biposto. Il menu è peccaminoso come un coitus non interruptus dentro un confessionale.
E io ho peccato.

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