Lucca portafortuna

Pubblicato il 22 giugno 2011 da admin

Sicuramente ci sarò stata anche prima di allora. Io però mi ricordo di Lucca solo dai giorni in cui ci andai per il Concorso Ordinario di abilitazione all’insegnamento. Come se la mia amicizia con quella città cominciasse da lì. Che era bella come solo le città d’impianto medievale sanno esserlo, me ne accorsi non appena ebbi varcato la cinta muraria che, perfettamente conservata, l’abbraccia ancora. Arrivai con netto anticipo sull’orario della prima prova scritta, arrivai addirittura il giorno prima: avrei avuto tutto il tempo per trovarmi un alberghetto dove trascorrere la notte e presentarmi fresca e riposata all’esame più importante di tutta la mia vita. Alberghetti alberghini e grand hotel: erano tutti presi, tutti completi, tutti full. Dalla Toscana (e anche da tante altre parti d’Italia) i professori intenzionati ad abilitarsi erano giunti a sciami. Me ne lamentavo dentro un bar, davanti a una cocacola, quando mi si fece accanto una signora gentile: “Posso affittarle una camera in casa mia, se le va bene” disse. Nella camera accanto a quella che riservò a me, la signora aveva accolto una collega del meridione che intendeva trascorrere la sera nel tentativo di praticare su di me il più bieco terrore psicologico con la storia che il Concorso Ordinario non lo passa mai nessuno figuriamoci se lo avremmo passato noi. Per andarle in culo senza apparirle volgare, presi l’uscio e imboccai per il centro storico. In una libreria antica, allo scopo di portarmelo a letto come da piccini ci si porta l’orso di pelo, comprai un vecchio volume di poesie del mio poeta preferito. Abbracciata stretta a Montale, trascorsi una notte indimenticabile. La mattina dopo presi posto al mio banchino e sperai che la prova vertesse su di lui. Capitò Svevo, invece, e ne fui felice uguale. Partorii sei paginone in brutta copia che diventarono dodici colonne in bella, per un’analisi del testo che mescolava insieme le conoscenze che avevo con quello che mi sentivo dentro il cuore. Che avevo superato lo scritto lo seppi dopo mesi: insegnavo ancora a Bergamo e il miraggio di Firenze divenne una speranza più fondata. Alla prova orale, che ebbe luogo quasi un anno dopo sempre a Lucca, presi quaranta quarantesimi. Dalla gioia dimenticai di fare la prova di informatica e una folla di colleghi abilitati come me mi passarono avanti in graduatoria. Ma a me non importava nulla: sarei entrata di ruolo e lo avrei fatto nella mia città. A Lucca sarò grata per tutta la vita per come mi accolse e per la fortuna che mi portò in quei giorni. Analogamente, spero che Lucca porti la stessa fortuna agli studenti che stamani, alla maturità, hanno deciso con coraggio di abbandonarsi ai versi dell’omonima poesia.

A casa mia, in Egitto, dopo cena, recitato il rosario, mia madre ci parlava di questi posti.
La mia infanzia ne fu tutta meravigliata.
La città ha un traffico timorato e fanatico.
In queste mura non ci si sta che di passaggio.
Qui la meta è partire.
Mi sono seduto al fresco sulla porta dell’osteria con della gente che mi parla di California come d’un suo podere.
Mi scopro con terrore nei connotati di queste persone.
Ora lo sento scorrere caldo nelle mie vene, il sangue dei miei morti.
Ho preso anch’io una zappa.
Nelle cosce fumanti della terra mi scopro a ridere.
Addio desideri, nostalgie.
So di passato e d’avvenire quanto un uomo può saperne.
Conosco ormai il mio destino, e la mia origine.
Non mi rimane che rassegnarmi a morire.
Alleverò dunque tranquillamente una prole.
Quando un appetito maligno mi spingeva negli amori mortali, lodavo la vita.
Ora che considero, anch’io, l’amore come una garanzia della specie, ho in vista la morte.

(Giuseppe Ungaretti, Lucca, in L’Allegria)

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