Galimberti, la tavola rotonda e i piselli piccini

Pubblicato il 24 giugno 2011 da admin

Due sono i motivi per cui non scorderò mai la serata di ieri a Villa Strozzi.
Il primo: sentir parlare Galimberti è stupore, emozione, illuminazione e commozione. Tutto in una volta. Tutto insieme. Sicché mentre il filosofo rispondeva alle parole di chi lo intervistava, io e la mia amica non facevamo che guardarci e fare quella faccia che si fa quando qualcosa ci convince così tanto da spingerci quasi al pianto. Mi sentivo lacerare dentro, come se mi stessero facendo a brandelli il cuore, quando lui disegnava il quadro dei nostri ragazzi, degli adolescenti con cui lavoro ogni mattina. I giovani di oggi stanno male. Stanno malissimo. Dividono il presente con un ospite inquietante che si chiama nichilismo e guardano al futuro non come a una promessa, ma a una minaccia. Il nichilismo è l’agghiacciante fenomeno per cui tutti i valori si svalutano e lo scopo a cui dedicare un’azione non esiste più. Scopo, dal greco scopèin, guardare bene la meta a cui si mira. Ma i giovani questa meta non ce l’hanno più. Per questo si drogano: un po’ per anestetizzarsi e un po’ per eccitarsi. Vivono di notte perché il giorno è in mano ad altri, è in mano ai loro padri e ai loro nonni, che non hanno nessuna intenzione di cedergli il posto. I giovani vorrebbero trovare il proprio dàimon, il talento principale che li caratterizza, ma nell’età della tecnica non c’è posto per la loro eudaimonìa, la loro felicità. Neanche la scuola sa aiutarli in questo, perché è piena di insegnanti che non hanno capito che la trasmissione del sapere non percorre la via intellettuale, ma quella erotica. Gli studenti vanno conquistati, vanno sedotti con una personalità affascinante, che pochissimi docenti hanno. Prigionieri dell’impulso, sordi all’emozione e paralizzati nel sentimento, i giovani si rifugiano così in una psico-apatia che li protegge. Questo diceva ieri sera, e io mi sentivo male, perché la visione del filosofo è disperata e non lascia spiragli. Ma sentirsi così male, in contesti come quello, è benefico. Illumina, aiuta, costringe a guardare in faccia anche quello che non ci piace per niente. Galimberti mi ha privata della speranza, eppure allo stesso tempo me ne ha data tanta.
Ma ecco il secondo motivo: la tavola rotonda succeduta all’intervento centrale. Dopo averci dormito su ancora mi chiedo se l’ho ascoltata davvero o se l’ho solo sognata. Vorrei averla sognata, sinceramente. E così poterla inserire nel calderone degli incubi peggiori. L’impressione che nessuno a quella tavola dicesse qualcosa di sensato ce l’abbiamo avuta avuta solo io e la mia amica o ce l’hanno avuta anche i numerosi altri presenti? Mi sono vergognata. Di avere due assessori (uno all’Educazione e uno alle Politiche Giovanili) incapaci di parlare senza tirare castronerie grammaticali (“questa roba” lo detesto anche al singolare, ma pluralizzato in “queste robe” mi dà addirittura il voltastomaco) e di dare aria ai polmoni parlando di aria fritta. Di vedere Galimberti seduto allo stesso tavolo con direttori di scuole di psicologia inabili ad articolare un pensiero compiuto e coerente. E di vedere un grande filosofo elegante e colto costretto a subire il vergognoso turpiloquio di un regista atteggione e costruito più dei ragazzini di cui ha parlato tanto male.

“Galimberti è stato superlativo -ha detto la mia amica mentre tornavamo- ma gli altri sei intervenuti sono stati inqualificabili. Trattandosi di un addio al nubilato, è stato come assistere a uno spogliarello maschile e trovarsi davanti un pisello piccino.”

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