Paolo Uccello

Pubblicato il 22 luglio 2011 da admin

In tanti l’hanno chiamato così per una vita, Paolo Uccello. In casa mia invece si preferiva Paolo l’Uccellaio, visto che gli uccelli li vendeva. Ce n’aveva una bottegata piena zeppa in piazza della libertà, proprio davanti alla casa dove sono nata e cresciuta e dove tuttora vivono il mi’ babbo e la mi’ mamma. Un fondo che nei decenni s’è allargato sfondando muri e mangiando vani fino a conquistare quattro entrate: due per l’alimentari della su’ moglie Rosa detta Rosina, e due per la rivendita aviaria da Paolo l’Uccellaio condivisa co’ du’ figlioli Antonio e Andrea detti Ghigo e Ghighino.
Il Ghigo originale però era anche lui un uccello: un esemplare di gracula religiosa che i non addetti sogliono nomare merlo indiano, sai quegli uccelli con il muso astioso, che paion sempre incazzati neri, e neri appunto anche di vestito, con il becco lungo e giallo e du’ ciondoli mosci ai lati delle gote? Quelli. Anche se va detto che Ghigo non era un merlo indiano come gli altri: Ghigo rifletteva. E c’aveva anche il su’ carattere. Un po’ di merda, a volerla dire tutta, perché ti faceva stare a mezz’ore ad aspettare che spiccicasse verbo, concentrati lì davanti ai ferri della gabbia a dirgli “Ghigo! Ghigo! Come stai, Ghigo?” e quello nulla, zitto peggio d’una mosca, poi al momento che tu voltavi i’ culo eccolo, partiva co’ discorsi. Abituato al caldo equatoriale e alle intemperie umide del Valdarno, Ghigo ha speso una vita nella gabbiona attaccata al muro esterno.
Ma se siamo qui non è per scrivere di Ghigo, bensì per dedicare un po’ di meritato spazio a Paolo l’Uccellaio, il patriarca. A capo di una famiglia semplice col pallino innato degli affari, Paolone viaggiava con una giardinettina verde culo di bottiglia e in quella non si sa come ma ci pigiava tutte le merci da distribuire in qua e in là ai contadini della valle. Poi la parcheggiava sempre davanti alla bottega, proprio di fianco alla pompina dell’acqua indove si sciaguattava spesso le mani.
Socia fedele dell’azienda e lavoratrice indefessa, la moglie Rosina non ha mai fatto un giorno d’assenza. Non solo: per come aprivano presto e per come abbassavan tardi la serranda, uno che non ci abitava davanti e non poteva studiarne tutti i movimenti avrebbe detto che ci vivevano, a bottega.
Io e il mi’ fratello, invece, si sapeva bene che a una cert’ora chiudevan la baracca e ritornavano in quella casina bianca piena d’animali, poco fuori dal paese, a mezza collina: perché si stavano a balzellare dalla terrazza in punta al sesto piano, a guardarli riporre le cose esposte sul grande marciapiede, coprire le gabbie degli uccelli, montare in macchina e partire. Ma non era mai prima delle nove e mezzo, a volte anche le dieci, con quell’umidate di novembre, con que’ freddi dell’inverno.
Tanto che fra tutti si pensava che i figlioli, una volta grandi, gli avrebbero fatto maramèo e a lavorare con quei ritmi non c’avrebbero pensato nemmen lontanamente. E invece Paolone e la Rosina, dai picchia e mena, a piegare que’ du’ giovani ce la fecero, già tant’anni fa. Prima uno, quello più grande e docile. Poi quell’altro, più ribelle e (pareva) vagabondo. Andavan visti invece come s’erano inquadrati e come lavoravano di brutto. Ma poi la cosa buffa è che nel tempo andavano a pigliare piano piano tutt’e due lo stesso modo di fare, di camminare, di vendere e di relazionare del su’ babbo, la stessa vocina a trombetta, lo stesso sorriso sempre stampato in viso, la stessa aria gentile. La stessa parlata lèmme lèmme, consolatoria e tranquilizzante, quasi curativa.
Solo con la citta femmina Paolo e Rosina non ce l’hanno fatta mai. Sì, per qualche mese la si vide dietro al banco a vendere la mortadella co’ i’ pistacchio, il capofreddo e il buristo (che Rosina ha sempre spacciato col dire “questo l’è di’ mio”, cioè è fatto con i miei maiali), ma poi da un giorno a un altro la sparì. Allora si sentiva dire che l’era andata a studiare a Firenze, poi che la faceva Anatomia, poi che l’era diventata un’estetista. Fatto sta che nessuno l’ha più vista.
Quegl’altri invece, per chi li cerca, sono ancora indove li lasciai vent’anni fa, quando andai via dal mi’ paese appollaiato sotto il Poggio della Ciulla e venni a vivere in città.
Tutti meno uno.
Paolo l’Uccellaio, proprio ieri, è morto.
Dice che al funerale, la chiesa, la straboccava di gente.

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