Caccia al tesoro

Pubblicato il 29 luglio 2011 da admin

Nel centro di Firenze questa sera si disputava una caccia al tesoro a squadre. Quattro, presumo. Anche se io ne ho viste soltanto due: i Rossi e i Neri. Tutti americani, immagino. ‘Xcuse me, Santha Crhosce? Mah, io se non mi fanno la domanda rispettando le regole grammaticali non gli rispondo. Ma non perché sono stronza. Perché sono pìssera. A me la domanda me la devi fare nell’osservanza della costruzione sintattica dell’interrogativa anglosassone. Ci vuole il do? E allora ce lo devi mettere. E il do va messo prima del pronome e del verbo? Ovvia, allora fai le cose a modino: Excuse me, do you know where is Santa Croce Church, please? Allora io capisco. E allora io ti rispondo, anche volentieri, sempre nel rispetto della norma grammaticale: Yes, I do, look: just at the end of this street, straight on, good evening, you are welcome. Perdìo. Invece quel soggetto che viaggia spesso di fianco a me la grammatica non la sa però c’ha l’intuizione ed è aperto all’improvvisazione. ‘Xcuse me, Santha Crhosce? Oh, yeah: there! Poi mi fa: hai visto? C’è una caccia al tesoro in città.
E così mi torna in mente quando le cacce al tesoro si facevano a Gastra, al campeggio estivo della parrocchia, e ce le organizzavano i grandi, che oltre a grandi erano pure sadici bene, e si divertivano un monte a complicarci la vita con domande impossibili, gare di resistenza e prove al fulmicotone. A volte la caccia al tesoro durava una notte intera, sicché con le torce via per i greppi, giù in fondo ai boschi, scarpe grosse e pantaloni lunghi per non graffiarsi le gambe, ogni tanto una sosta appuntellati a un albero per baciare quello che ci piaceva e poi via su di nuovo verso il monte, o alla base stabilita per le prove di cultura generale, o nei luoghi meno probabili per cercare il premio finale. Nove volte su dieci il tesoro era nella pancia squartata dell’albero cavo, un nocio, o forse un castagno, no, una quercia, una quercia di dimensioni epocali che non so cosa aveva schiantato a metà lasciandola aperta e concava, perfetta per custodire un pacco, una scatolina, un biglietto su cui c’era scritto il lemma che c’inebriava: tesoro.
Era una notte di odori e di emozione, di batticuori e paura del buio, di competizione e condivisione.
Non esisteva ancora quel film, non avevo ancora letto quei versi, non conoscevo ancora quel poeta, eppure avevo netta in me quella convinzione: “Andai nei boschi perchè volevo vivere con saggezza e in profondità e succhiare tutto il midollo della vita, sbaragliare tutto ciò che non era vita per non scoprire in punto di morte che non avevo vissuto.”

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