E’ questa la vita che sognavo da bambina

Pubblicato il 28 settembre 2011 da admin

Mi ricordo bene quanto invidiavo quei quattro fratelli (due maschi e due femmine) che mantenevano con rigore una promessa fattasi a vicenda da bambini: una volta grandi, a prescindere dalle nuove famiglie che avrebbero formato e dagli impegni che avrebbero avuto, si sarebbero regalati periodicamente una serata esclusiva, per andare a cena, stare insieme, loro quattro, solo loro, senza nessun altro. Si erano promessi questo dono per la paura di allontanarsi, di diventare adulti, ritrovarsi estranei e scordare tutto quello che erano stati da bambini con la complicità di una casa condivisa e nella quotidianità di mezza vita passata insieme.
A me questa cosa pareva straordinaria.
Ma mi vergognavo a dire a mio fratello facciamolo anche noi. Infatti non gliel’ho detto mai. E neanche lui l’ha mai detto a me.
Tra noi è venuto naturale.
Così da qualche tempo, a cadenza ballerina e improvvisata perché di scadenze fisse ci se n’ha anche troppe, anche noi ci regaliamo la nostra serata. Generalmente è lui a venire a Firenze da me e a far partire il consueto rituale.
Suddetto rituale prevede prima di tutto l’incazzatura dei nostri genitori, i quali non tollerano che ciascuno di noi molli a casa compagni e (nel suo caso) prole per “andare a fare i bischeri a giro”. Prosegue con una simulata pantomima di gelosia da parte della compagna di mio fratello, che per gioco pretende documentazione fotografica fedele e puntuale di ogni nostro spostamento e frequentazione pubblica. E si conclude con il mio fidanzato che tenta di inretirci e trattenerci a casa con aperitivi di gran classe e lancio di tappi per aria ripetendo ogni volta la medesima aulica fraseologia: “ma si può sapere che cazzo uscite a fare”, “ma si può sapere dove cazzo andate”, “ma mi dite perché cazzo non restate qui a casina insieme a me, che vi ho preparato questo ben d’Iddio”. Ultimamente i sensi di colpa vengono acuiti da un certo Francesco che, nei suoi mirabili quattro anni, filma se stesso col faccino attapirato mentre chiede “babbo… dove vai insieme alla zia?…” e poi procede all’invio dello straziante allegato video.
Tuttavia niente riesce a fermarci e anche ieri sera, dopo un aperitivo effettivamente superlativo consumato al quinto piano con vista su piazzale michelangiolesco e cupola brunelleschiana, siamo andati bellamente in tasca all’ospite e riversandoci in città abbiamo optato per i sapori forti del ristorante messicano e per un gelato al riso dal sempiterno Vivoli, che dio lo preservi.
Che volete che vi dica: ho il bisogno viscerale di difendere la confidenza con questo ragazzo che desiderai bambino e che ormai è diventato uomo e padre, tutto insieme. Ho bisogno di coltivare la nostra fratellanza aggiornandola però all’età adulta e proiettandola verso quello che sarà il nostro futuro. Ho bisogno di raccontargli i miei segreti, di sentirmi dire come sta, di farmi narrare le ultime uscite verbali di quel bambino magro e biondo dalla voce d’argento (“babbo, sai, mi sono innamorato”, “davvero? e come hai fatto a capirlo?”, “l’ho capito perché si è innamorato anche il mio pisello”), confidarci i pensieri e le paure, consolarci col dirsi che ci staremo sempre accanto, che ci faremo forti quando ce ne sarà bisogno e che tenteremo di tutto per non litigare mai. Ho bisogno di conservare un brandello di cordone ombelicale, un avanzo di placenta insieme a lui. Del resto i miei genitori me lo fecero su ordinazione e su misura: maschio, bello e affettuoso.
Così tornando a casa a notte avanzata, quella canzone sparata a volume tamarro e urlata in un coro a due che dice è questa la vita che sognavo da bambino mi sembra parli anche di me. E quei quattro fratelli, ormai, non li invidio più.

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