Figlio, a chi m’appiglio?

Pubblicato il 29 settembre 2011 da admin

Con la letteratura di terza siamo alla poesia religiosa dell’Umbria dugentesca. Bella, mi garba da ‘mpazzire. Francesco d’Assisi io lo amo d’amor carnale e se fossi stata Chiara c’avrei provato dalla mattina alla sera. Stamani ai ragazzi ho raccontato la fascinosa e cupa storia di Jacopone da Todi. L’origine anagrafica nobile, la preziosa possibilità di studiare legge, il traguardo notarile, il matrimonio con la Vanna, la serqua di figlioli, la vita parallela fatta di distrazioni e scappatelle. E infine, l’imprevisto. La tragedia. Quella festa da ballo, quel solaio che crolla, la moglie che muore e quel cilicio che le viene trovato addosso. La conversione dettata dai sensi di colpa, la scelta radicale di farsi frate, la ferma decisione, tra gli spirituali e i conventuali, di optare senza ombra di dubbio per i primi, e il resto della vita fatto di mortificazione e pentimento, di amarezza e di rimpianti.
“E ora vi leggo il brano antologizzato, Donna de Paradiso, noto anche come Pianto della Madonna.”
Perché infatti racconta, inscenandolo come se fossimo a teatro, di quando Gesù viene crocifisso, di quando la sua mamma staziona sotto la croce a piangere e disperarsi, della folla che bercia sguaiata “crucifige! crucifige!” e di Giovanni che cerca di consolare la Madonna.
Si tratta, intuibilmente, di un brano straziante. C’è la telecronaca in diretta di quando i chiodi spaccano le mani e i piedi del Cristo (Donna, la man li è presa, ennella croc’è stesa; con un bollon l’ò fesa, tanto lo ‘n cci ò ficcato. L’altra mano se prende, ennella croce se stende e lo dolor s’accende, ch’è plu multiplicato. Donna, li pè se prènno e clavellanse al lenno; onne iontur’aprenno, tutto l’ò sdenodato) e c’è Maria che si sente strappare il cuore dal petto e non può fare altro, in una lunghissima e cantilenante anafora, che invocare il figlio morente. E allora io mi ci metto d’impegno, ci butto dentro tutta l’enfasi che posso avere in corpo la mattina all’ott’emmezzo. Insomma, mi concedo per intero, mi do tutta. Mi sdo.
“Figlio, l’alma t’è ‘scita, figlio de la smarrita, figlio de la sparita, figlio attossecato! Figlio bianco e vermiglio, figlio senza simiglio, figlio, a chi m’appiglio? Figlio, pur m’ài lassato! Figlio bianco e biondo, figlio volto iocondo, figlio, perché t’à el mondo, figlio, cusì sprezzato? Figlio dolc’e placente, figlio de la dolente, figlio àte la gente mala mente trattato.”
In sottofondo, però, cosa odono le mie orecchie? Risatine soffocate. Commentini a mezza voce. Soffiate tipiche di chi ne ha le palle piene. E starei per interrompere la lettura interpretativa per sciorinare un cazziatone da risveglio compromesso, una fetta di merda da professoressa vera. Ma improvvisamente mi ricordo di quando anch’io ero in terza, e per di più al classico, e la mia professoressa d’Italiano ci propinava questo figlio di qua, figlio di là. Ci fu una mia compagna che al verso “figlio, a chi m’appiglio?” mormorò “appigliati a stamminchia”. E noi ridemmo. Anch’io risi. Anch’io struffiai come per dire maremma che palle questa poesia lontana secoli e secoli dal mio sentire. Perché, in quel momento, non la capivo. E, non capendola, non potevo apprezzarla. Dev’essere stato questo salvifico ricordo a non farmi abbandonare al cazziatone, ma a spingermi a interrompere la lettura della lauda per raccontare ai miei studenti l’episodio che mi vide adolescente ignorante e imbecille come loro.
Poi ho ripreso la lettura, nel silenzio finalmente rinato.

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