Joanna forever

Pubblicato il 16 ottobre 2011 da admin

Entrando alla Biblioteca Comunale “Le Fornaci” di Terranuova Bracciolini, gloriosa benché agreste città natale dell’umanista Poggio, m’incrocio con una signora bionda elegante e graziosa, integralmente in nero, con capelli biondi e lisci. La guardo. Ma evidentemente non la vedo. Entro nei locali dove sono attesa e mi viene incontro la ragazzina della sezione A dei tempi del Classico “Francesco Petrarca”. Non è più una ragazzina, ma è sempre lei, incorniciata dalla massa dei suoi riccioli biondi, sorridente e buffa nel suo incedere ribelle, mascolino, un po’ sgraziato eppure a suo modo femminile. La abbraccio, mi abbraccia: ci stringiamo. Sono passati tanti anni. Ci passa gente di fianco, ci sfiora, si sofferma, indugia con lo sguardo, sorride, saluta. Guardo tutti con molta attenzione, mentre con gli occhi la cerco. Cerco solo lei: Joanna, la mia professoressa di Lettere di trent’anni fa. Lei è lì. Eppure non la vedo. Bisogna che la mia compagna di Liceo che ora dirige una biblioteca mi afferri per le spalle e dolcemente mi giri di centottanta gradi, perché me la ritrovi davanti. Eccola, Joanna. Era la signora bionda in nero elegante e graziosa che avevo incrociato fuori, ma che non avevo visto.
“Professoressa Fortunati!..”
Joanna è bionda, elegante e bellissima come quando era la mia insegnante di Italiano, Latino, Greco, Storia e Geografia. Diciotto ore a settimana insieme a lei, per i due anni dei Ginnasio. Non l’ho riconosciuta, però è uguale, identica a come me la ricordavo. Lo stesso sguardo penetrante e sicuro, lo stesso sorriso aperto e generoso, la stessa taglia, la stessa corporatura, esile e sinuosa, lo stesso viso, disteso, sereno e rasserenante.
Oggi posso fare quello che un tempo non avrei mai osato: buttarmi al suo collo, abbracciarla stretta, respirarne il profumo avvolgente, infilare il naso dentro i suoi capelli.
“Professoressa, ma lei è uguale!.. E’ bellissima come allora!..”
Invece no, non è uguale, la professoressa Fortunati. Quando era la mia professoressa, era distante e distaccata. A un occhio distratto sarebbe apparsa fredda, algida quasi. Qualcuna delle mie compagne la temeva intensamente, perché lei sapeva trasformare la tua mattinata in un incubo, perché era severa e pretendeva. Cazzo, se pretendeva. Pretese fin dal primo giorno di quarta Ginnasio, quando ci assegnò l’alfabeto greco da studiare per il giorno dopo. Erano i tempi in cui la clamorosa cazzata dell’accoglienza non era stata ancora partorita. Erano i tempi in cui l’accoglienza la faceva il programma, altro che discorsi. Erano i tempi in cui o tiravi subito fuori gli attributi e cominciavi immediatamente a studiare oppure ti veniva detto sul muso levati di torno. Una giustificazione a quadrimestre e rizzati: tutti gli altri giorni te li passavi gobba sopra l’Urbis et orbis lingua, sopra il Calderini, sopra i lirici greci, il De Rosa e l’atlante.
La Joanna di trent’anni dopo invece non fa più paura e non tiene più le distanze di quei tempi. La Joanna di oggi è una donna amabile e affettuosa che mi racconta tutta la sua vita, che mi presenta suo marito come se fossimo due vecchie amiche, che mi dice di sua sorella Beatrice e della sua nipotina Sophia, col ph, alla greca, Sapienza. E io non sono più l’alunna devota ma impaurita, incantata ma agitata: sono una donna molto commossa che balbettando le presenta il proprio compagno privo di capelli ma dotato di due incantevoli occhi azzurri. Sono una donna che oggi è in questa biblioteca per presentare i tre libri che ha scritto e in cui sono raccolte tutte le emozioni provate in quarantacinque anni di esistenza.

“Se io amo le Lettere, il merito è tutto della professoressa Joanna Eleganza. Joanna, già per il nome, si faceva amare. Provate: Joanna. Ma non ditelo così, alla contadina: date altro charme a un nome già di suo così elegante. La professoressa Joanna era elegante esattamente come il nome che portava. Ci faceva un culo tanto, però ci appassionava fino alle lacrime. Leggendoci L’uomo dal fiore in bocca, pareva Marta Abba e provocò il crollo emotivo dell’ala femminile della classe. Piangemmo per tutto l’intervallo e il panino col salame lo riportammo a casa intonso. Quella storia ci aveva chiuso la bocca dello stomaco. E l’applauso non va fatto solo a Pirandello: va allargato alla Joanna perché lui l’aveva scritto, ma lei si era messa in gioco, aveva palesato il suo sentire e in questo modo ci aveva risvegliato le coscienze. Basta questo per fare di un’insegnante cone tante un’insegnante speciale”.

Lo confesso, sulle ultime righe di questo brano che ieri pomeriggio ho finalmente potuto leggere davanti alla mia adorata professoressa, la voce mi si è prima incrinata e quindi rotta. Il rimmel ha iniziato a colare sia dai miei che dai suoi occhi. A dirla tutta, anche da quelli di quella che all’epoca era la mia compagna di banco, che risponde al nome di Cecilia e che ieri mi stava seduta davanti, in prima fila, accompagnando le mie parole con sguardi di atavica, eterna complicità. Sì, è stato un incontro pubblico impegnativo. Ma impagabile, proprio per il carico emozionale che si è tirato dietro.

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