Quello che mi rimane dentro

Pubblicato il 24 ottobre 2011 da admin

Per me le presentazioni, gli incontri pubblici, i convegni, le conferenze e le tavole rotonde -non ne ho mai fatto mistero- sono un gran patimento. Almeno, lo sono prima che si concretizzino e che mi ritrovi nel luogo dove sono stata invitata. A darne eloquente testimonianza è il mio corpo stesso, che ogni volta prova a boicottarmi uscendosene fuori con tutta una serie di reazioni oltretutto sproporzionate: potrei cavarmela con un po’ di cefalèa, un accenno di secchezza delle fauci, e invece quello ci si mette d’impegno e la fa bozzolosa con una serie di manifestazioni (perlopiù epidermiche, ma non solo) che non fanno altro che ingigantire una naturale emozione umana. Ieri per esempio, oltre a portare a giro una bolla diametro quattro opportunamente celata da un abbigliamento ad hoc, non ho digerito il pranzo consumato all’enoteca “La mescita” in via Domenico Cavalca, angolo piazza delle vettovaglie. Ammetto che il menu su cui mi sono indirizzata non agevolava: solo io considero leggeri i tortellini in brodo. Poi, come se tutto il grasso che vi galleggiava intorno non bastasse, gli ci ho schierato dietro anche un piattino tipico invernale, l’osso buco col purè. Inzavorrata a modino, quindi, mi sono indirizzata verso la Stazione Leopolda in compagnia dei tre maschi che mi facevano da compagnia, da scorta e da presentatori: il fidanzato, il giornalista e Nanni, il cane carlino del giornalista. Con la lingua allappatissima e incollata al palato, ho disquisito per un’ora al cospetto dei presenti. E insomma, è andata.

Tutta l’ansia emotiva del prima, a incontro ultimato si scioglie nelle strette di mano di chi viene al tavolone a salutare. A quel punto, quello che mi rimane dentro sono i volti su cui mi sono caduti più insistentemente gli occhi durante la chiacchierata: la collega bionda di fronte a me, che ha ammesso di mettere più testa che cuore in questi suoi ultimi anni di insegnamento, perché non ce la fa più a reggere allo stress di un lavoro che chiede sempre di più e paga sempre meno; la collega mora che venne a sentirmi parlare anche a Piombino, in quella bella serata animata di gente e bagnata di pioggia estiva; il signore col giubbotto chiaro seduto in prima fila che rideva a voce alta e che alla fine è venuto a chiedermi un indirizzo mail a cui potermi scrivere in privato; l’amica virtuale che mi scrive da un anno e che ieri si è materializzata a Pisa perché ci conoscessimo anche di persona dandoci un abbraccio d’intesa empatica tante volte promesso; la studentessa di quinta superiore che mi ha confidato di come il mio primo libro scivolasse di soppiatto tra i banchi della sua classe durante le lezioni;  la ragazza dal viso aperto sorridente e fiducioso che tra una settimana si laurea in Lettere con una tesi in Filologia Romanza, che dopo sogna di fare l’insegnante, che risponde al nome di Cecilia, e a cui auguro un felicissimo futuro in cattedra, uno dei luoghi più affascinanti in cui sedersi.

E naturalmente Nanni, il carlino di fianco al quale ho viaggiato in auto, che mi ha sbausciato di bava la parte bassa della maglietta, e che ha mantenuto tutte le promesse di cui avevamo timore: rantolare anziché respirare, starnutire e tossire come un tubercolotico anziché trattenersi, agitarsi anziché darsi un tono, abbaiare agli estranei anziché mostrarsi accogliente, liberarsi di liquidi e solidi nel giardino di un’affollata Leopolda anziché riportare tutto a casa.

 

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