Venite ad amare l’amore!

Pubblicato il 25 ottobre 2011 da admin

“Venite ad amare l’amore!” lo gridava a Firenze una ragazza vissuta tra il Sedicesimo e il Diciassettesimo secolo. Apparteneva a una delle più prestigiose famiglie cittadine, era stata battezzata come Lucrezia, ma in casa la chiamavano tutti Caterina. Lei però rinunciò anche a quel nome e se ne scelse un altro quando, a sedici anni appena, contro il volere di suo padre e di sua madre, decise di entrare in convento e farsi suora. Da allora fu Maria Maddalena dei Pazzi.
E pazza, a essere sinceri, poteva sembrarlo anche nella sostanza, oltre che nel cognome. All’interno del convento in cui viveva, le capitò spesso di svarionare e mettersi a berciare come un’aquila. Urlava che l’amore doveva essere per forza amato, non c’era via di scampo. Ma poi, si fosse fermata solo a questo: soprattutto i suoi primi cinque anni di vita in convento sono costellati da un continuo di astrazioni, ratti e drammatizzazioni di episodi evangelici, che si materializzavano ovunque e in qualsiasi momento. Metti, serviva a tavola le consorelle e tàc, si immobilizzava. Ma non per qualche minutino: per ore. Oppure era in punta al torrino del convento a pregare e dài, s’attaccava alla corda della campana e la faceva suonare all’impazzata ripetendo ossessivamente quella frase, “venite ad amare l’amore! venite ad amare l’amore!”, fino a che non le passava quella che a un occhio profano appariva come un’autentica mattana. Nell’estasi mistica iniziava a sragionare e diceva tante di quelle cose che la madre superiora a un certo punto incaricò le sorelle di effettuare la redazione di appunti e trascrizioni di colloqui di sintesi. Tutto quello che fu detto, sussurrato, urlato a pieni polmoni dalla santa, fu trascritto fedelmente dalle altre suore che le stavano perennemente appresso.
Si ammalò gravemente di tisi e morì il 25 maggio 1607 a quarantun’anni. Nel 1611 iniziarono i processi per la beatificazione, che si conclusero il 28 aprile 1669 con la canonizzazione da parte di Clemente IX.
Le sue spoglie vennero trasferite in Borgo Pinti, nell’odierna chiesa a lei dedicata, presso il Liceo Classico “Michelangelo”. Ma nel 1888 il corpo venne nuovamente spostato presso il Monastero di Santa Maria Maddalena dei Pazzi a Careggi, dove tuttora si trova. Per i cattolici di Firenze Santa Maria dei Pazzi rappresenta quello che rappresenta Santa Rosalia per i palermitani.

Ieri, nell’umidità buia di una suggestiva serata fiorentina in cui l’Arno soffiava fuori il suo tipico e romantico odore di pesce marcio, sono entrata nei luoghi dove tutto questo accadde. Ho seguito un seminarista che mi ha guidata lungo un tour affascinante e tenebroso dell’intero monastero, oggi Seminario Maggiore Arcivescovile: ho visitato il refettorio con l’effetto acustico a tradimento (anche se bisbigli ti sentono dall’altra parte del salone), i due chiostri dove quattro ragazzi giocavano a biliardino, l’aula magna con l’affresco di Bernardino Poccetti raffigurante la Cena di Gesù dopo il digiuno nel deserto e il meraviglioso torrino dove Maria Maddalena perdeva il controllo di sé. Stavo per perderlo anch’io, con tutto quel bendiddìo di panorama. Entrando nella cappella della santa, sia io che il seminarista abbiamo fatto un salto in aria quando, nelle tenebre totali, abbiamo messo a fuoco un sacerdote che pregava in un angolo al lumicino di un cero rivestito di rosso. Attraversando immensi corridoi intervallati dalle camere dei quarantuno seminaristi attualmente ospiti, mi è stato raccontato anche del fantasma che vive in una stanza del sottoscala e che si è palesato un paio di volte a terrorizzati religiosi.

A quel punto ero pronta per affrontare l’incontro pubblico e parlare della mia visione della scuola ai giovani del MSAC. O almeno, m’è sembrato.

Leave a Reply

XHTML: You can use these tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>