Quella cosa che non andrebbe fatta mai

Pubblicato il 30 ottobre 2011 da admin

Non torno mai nelle scuole in cui ho insegnato. E’ una scelta maturata nel tempo e rafforzata da una certezza alla luce della quale sono diventata adulta: il passato va lasciato nel passato. I colleghi tanto li rivedi a giro per Firenze, al cinema, alle manifestazioni di piazza, al supermercato. I ragazzi è meglio se non li rivedi perché a rivederli le budella ti si torcono nello stomaco e le sacche lacrimali ti scoppiano all’improvviso. Una mattina che uscivo presto da lezione imboccai la strada per una scuola dove avevo lavorato e lasciato grandi affetti: arrivai, parcheggiai l’auto, spensi il motore. Ma lo riaccesi subito, uscendo da quel quadrilatero coi rettangoli disegnati sull’asfalto, tornando immediatamente a casa mia e congratulandomi con me stessa per il pericolo sventato.

Ieri mattina però in quel liceo ci dovevo tornare per forza: c’erano dei documenti da ritirare per una pratica da completare e il sabato era perfetto perché io di sabato non lavoro e loro invece sì. Va be’ -dicevo a me stessa uscendo da Firenze e prendendo verso le verdi colline della campagna limitrofa- entro in segreteria, ritiro tutto e scappo.

Entrando, una bidella e due bidelli mi corrono incontro: una per dirmi che l’altro giorno alla Feltrinelli ha letto tutto il mio secondo libro, se l’è gustato a fondo e poi lo ha rimesso nello scaffale, uno per dirmi che tutti i venerdì mi legge sul Corriere, uno per ricordarmi che solo lui può vantarsi con gli amici di avermi visto il culo (qui i dettagli imbarazzanti).

In segreteria è in corso un trasloco in grande stile: sei segretarie, tutte donne e tutte ciaccolone e ridanciane, sommerse da plichi, cartelle e raccoglitori, prendi da lì e sposta di là. In un angolo del tavolo, però, la solita tisana calda alle erbe drenanti che vi lasciai quando fui trasferita altrove. Nei loro discorsi, il programma di organizzarsi quanto prima con una bozza da un chilo di pane toscano da abbrustolire e una bòccia d’olio novo da versarci sopra per fare la fettunta all’intervallo. Irrompo, bercio un buongiorno a tutte, abbraccio e mi faccio abbracciare, racconto e mi faccio raccontare, vogliono sapere dei cinesi, voglio sapere dei miei ex studenti, ma senza andarli a cercare, no, non andrò mai dentro le classi.

“Ma come no?! Su, venga con me.” Udito lo schiamazzo tutto femminile, il Preside ci sorprende accampate nell’ufficio accanto al suo a non fare niente se non ciabattare e ridere. Lo prendo a braccetto e mi faccio accompagnare prima in sala professori per qualche bacio che non fa mai male e poi nel corridoio che porta alla prima delle tre classi che ebbi quell’anno. Dal vetro scorgo la collega di Economia che interroga lui, proprio lui, il cimbellone polemico e ribelle che a quattordici anni disse ai suoi genitori bucolici e agresti che avevano scelto uno stile di vita rustico ed essenziale, naturista e minimale, lontano dai centri abitati e in comunione con la flora e la fauna locale: “Stateci voi fuori dal mondo: io vo a vivere dalla nonna”.

Il Preside bussa, entra e annuncia: “Buongiorno ragazzi, c’è una visita per voi”.

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