Dis-occupata

Pubblicato il 22 ottobre 2008 da admin

Hanno staccato il lenzuolo chilometrico dagli otto finestroni da cui è rimasto penzoloni per tutta la scorsa settimana e l’hanno appuntellato alla rete che costeggia il grande cortile della scuola.

Hanno portato un decespugliatore da casa e hanno rasato tutta l’erba del giardino.

Si sono tassati di un euro a cranio e hanno comprato due porticine per giorcare a calcio. Prima però le hanno colorate di viola.

Hanno portato il barbeque e hanno organizzato una mega-cena a base di ciccia alla brace.

Non fanno che pulire il sudicio che producono. Gettano e raccolgono, buttano e recuperano, versano e asciugano.

Di notte arredano  a cameretta le classi a pianterreno. Materassini, sacchi a pelo, coperte. E guanciali, per chi non sa dormire senza. Per terra o sopra i banchi, riuniti insieme a gigantesca scacchiera.

La mattina hanno la cervicale in fiamme, i piedi freddi, gli occhi cisposi e l’alito puzzone. Ci guardano arrivare e ci dicono “buongiorno” con un’espressione di timoroso orgoglio e d’incertezza baldanzosa.

Occupano, ma hanno paura di sbagliare. Osano, ma stanno attenti a non essere scorretti. Si riuniscono in assemblee, e ci chiedono un parere.

“Fate una raccolta di fondi, acquistate vernice colorata e pitturate tutta la scuola, personalizzate le aule, rendetele più belle” è stato il mio consiglio.

M’hanno guardata come si guarda una nemica della legge.

“Oh profe, non si pole mica..”.

Eppure qui tutti convengono con me sulla cefalea cronica causata da questo diffuso verde menta. Corridoi, sala professori, aule del pianterreno, classi del primo piano, laboratori, aula d’informatica, gabinetti.

Tutto verde menta.

Un freddo della madonna.

Anche quando sorbisco una cioccolata calda mi sembra di trangugiare un mohito dietro l’altro.

Per questo caldeggiavo un restauro fai-da-noi che facesse spuntare fiori e immagini diverse su quei muri da sala operatoria. Perché nel bello ci si studia meglio. Perché l’ordine che ci troviamo intorno produce ordine anche nella nostra mente.  E perché nell’occupazione le ore vuote sono troppe e non si può solo teorizzare bivaccando nel cortile.

Invece nulla, si bivacca, a un certo punto si fa il punto e ci si organizza per la manifestazione in centro o per il volantinaggio nella periferia.

I più partono alla volta degli incroci e delle rotonde più battute, un gruppetto rimane a passare il mocio in terra, la compagine dei grossi presidia il cancello d’entrata. Chi siete? Dove andate? Cosa portate? (Un fiorino).

Ieri pomeriggio sono arrivate all’improvviso due grandi casse. Una, puntata verso il cortile posteriore, sparava musica all’esterno. Un’altra, nel cuore dell’atrio centrale, rimbombava l’istituto: “La tele dice che le strade son pericolose/ ma l’unico pericolo che sento veramente/ è quello di non riuscire più a sentire niente”.

E così mi trovo a pensare.

Che i motivi di questa occupazione li trovo sacrosanti.

Che i ragazzi d’oggi non sentono più con la politica, ma sentono ancora con il cuore.

Che nei giorni di sospensione della didattica ho letto molti giornali, ho sfogliato le prime pagine dell’ultimo libro acquistato e ho provato a scrivere pagine mie.

Ma che c’era sempre qualche collega che veniva a chiacchierare e io mi lasciavo interrompere molto volentieri perché avevo scordato come fosse piacevole, socializzare e sorridere con chi si lavora.

Che se nelle scuole i presidi diffondessero anche un po’ di note musicali anziché solo circolari, io ci entrerei ancora più volentieri.

“Ragazzi, mi mancate molto: quando si ritorna in aula?” ho chiesto stamattina a quella classe che mi piace tanto.

Forse domani.

Ma forse no.

Comments are closed.