Appello (disperato)

Pubblicato il 19 febbraio 2012 da admin

L’ho sempre chiamato Techno-Brother, ci sarà un perché.
Il perché sta nella naturalezza con cui mio fratello si è sempre approcciato a qualsiasi marchingegno elettronico, nella disinvoltura con cui ne ha puntualmente individuati i funzionamenti e le peculiarità, nella cultura naif e fieramente autodidatta con cui competeva coi laureati in informatica. Il perché sta nella sfacciata confidenza che costui ha sempre avuto con la macchina, coi bottoni, coi pulsanti e coi tastini. Nativo digitale ante litteram, era ancora un bambino quando chiese in dono a Babbo Natale il Commodore 64 per non limitarsi a giocarci a racchettine ma per combinarci non so cosa, visto che, mentre lui aggeggiava, io perdevo tempo prezioso dietro alle eccezioni della terza declinazione.
Se avesse avuto voglia di studiare, la sua strada sarebbe stata certamente questa. Ma pur senza studiare, ha sempre dato pappa e ciccia a chi lo aveva fatto.
Da grande si è innamorato della mela col morso laterale. In casa ha un arsenale di oggetti bianchi grandi e piccini che s’illuminano, trillano, soffiano, suonano e a momenti preparano il caffè.
Qualche anno fa mi ha convertito alla sua fede e mi ha guidata lungo la fascinosa strada dell’acquisto per corrispondenza: quando il mio MacBook giunse a destinazione, fui costretta a osservare strani rituali a cui mai avrei pensato di piegarmi e inizialmente la mela mi lasciò basita e paralizzata. Tutto procedeva al contrario, tutto rispondeva a regole nuove e a me, che fino al giorno prima avevo vissuto a fianco di un potente ma banalissimo Toshiba, del tutto sconosciute.
Successivamente caldeggiò l’acquisto di un iPhone: ne avevo assolutamente bisogno (sosteneva), per scaricare e leggere la posta ovunque mi trovassi, per godere delle app più innovative e rivoluzionarie, per fare foto e girare video ad altissima risoluzione, per inzepparne la rubrica che avrebbe accolto tutti i numeri che tenevo sparsi nel vecchio cellulare, in fogli smangiucchiati, in librini e quadernini logorati dal tempo e dall’usura.
Così acquistai anche l’iPhone.
“Ma non l’hai mai aggiornato?” ha chiesto da allora, a cadenza temporale insistente e regolare.
“Ma non hai mai aggiolnato, plofe?” hanno chiesto anche i miei studenti cinesi, elettronicamente emancipati e assai stupiti di trovare il mio iPhone nell’identico stato in cui l’avevano lasciato la volta prima, e quella prima, e quella prima ancora.
No, non l’ho mai aggiornato.

Eppure la mia vita, pur priva di periodici e sistematici aggiornamenti, era così bella. Ero felice anche se non aggiornavo, non facevo backup, non sincronizzavo e non salvavo. La mia vita era così facile, così leggera, così efficiente. Avevo tutto quello di cui abbisognavo: leggevo la posta elettronica in tempo reale da ogni luogo, a casa mia, a casa dei miei, a casa tua, sua, nostra, vostra, loro, a scuola, sull’autobus, per la strada, sulla tazza del gabinetto. Avevo non so quanti giga di musica, per camminare a tempo, per correre intorno allo stadio, per accompagnare la noia (che non provo mai), per allietare la solitudine (che mi allieta). E poi avevo tutti i miei contatti finalmente radunati insieme in un luogo solo. Tutti. Contatti accumulati in anni e anni di amicizie, di incontri, di amori, di lavoro. Tutti i numeri di tutte le scuole in cui ho insegnato, tutti i numeri delle persone che ho conosciuto. I numeri dei miei genitori, del mio fidanzato, delle mie colleghe simpatiche, perfino di quelle antipatiche. I numeri di tutti gli studenti a cui ho voluto e voglio bene. I numeri della gente incontrata andando in giro per l’Italia a presentare i libri, i numeri degli amici virtuali e di quelli reali. I numeri di Mondadori, di Einaudi, del direttore e di tutti i giornalisti del Corriere della Sera. Il numero di Niccolò Ammaniti. Quello di Tiziano Scarpa. Tutta la vita in una rubrica telefonica. No, non avevo mai voluto trovare il tempo né la voglia per trascriverli sulla carta (carta, io ti amo, carta, io ti venero, carta, io non rinuncerò mai a te, mi voto a te per la vita intera, una vita di carta, carta vecchia, carta gialla, carta rotta, carta eterna), perché (cieca, stolta, inebetita dalla voce suadente delle sirene tecnologiche) mi fidavo della modernità, mi fidavo della mela rosicchiata, e mi fidavo del mio adorato Techno Brother.

“Insomma, l’hai aggiornato questo iPhone o no?” ha chiesto (anche) oggi, venuto a trovarmi a casa in compagnia del bambino più bello del mondo.
E io, che ancora, no, non lo avevo mai aggiornato, ho proposto il fatale do ut des: un the time in cambio di un aggiornamento software.
“E’ un problema se perdi tutte le foto e tutta la musica?”
No, non è un problema, perché le foto le ho sempre salvate sul computer e la musica meglio così, così è la volta buona che la cambio e la rinnovo.

In una vita precedente devo essere stata molto cattiva. Perché oggi il dio Steve Jobs ha deciso di punirmi con la cancellazione irreversibile e totale della mia rubrica telefonica. Ho perso tutto. E a memoria non conosco neanche il numero dell’uomo che divide la casa, il gatto e la vita insieme a me.

Questo non è un post come tutti gli altri: è un appello disperato.
Chiunque, in un passato prossimo o remoto, mi avesse dato il proprio numero di telefono, è pregato (ma che dico pregato, supplicato) di mandarmi un sms con nome e cognome (non al 338, che non ho più, ma al 393).
Vi risalverò. E renderò eterni nella mia testa e nel mio cuore i vostri dati affidandoli anche alla carta (carta, io ti amo, carta, io ti venero, carta, io non rinuncerò mai a te, mi voto a te per la vita intera, una vita di carta, carta vecchia, carta gialla, carta rotta, carta eterna).

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