Lavoro a catena e ricordi lontani

Pubblicato il 22 febbraio 2012 da admin

Anche il secondo numero del giornalino scolastico è pronto: 67 pagine contro le 55 del primo, ha una grafica migliore e contenuti secondo me interessanti. Ma io sono la responsabile e non faccio testo. Alla stampa hanno pensato le efficientissime custodi della scuola, coinvolte in prima persona anche nella stesura di articoli d’ispirazione autobiografica e culinaria. Per l’impaginazione invece ho prelevato a gruppetti i miei alunni di seconda e ho mostrato loro come si procede nell’affascinante benché alienante lavoro a catena. Non tutti hanno superato l’esame: i meno dotati di manualità, organizzazione logistico-mentale, scaltrezza psicologica e inventiva motoria sono stati malamente espulsi dal gruppo operativo. Per cui, alla fine di una spietata selezione naturale, siamo rimasti in quattro: io, due ragazze e un ragazzo.
“Raga, cosa avete fatto ieri?”
“Silenzio! Il lavoro a catena impone concentrazione.”
“Ma profe, non c’è mica da pensare: basta seguire la fila e infilare una pagina dopo l’altra…”
“Ti sbagli: l’errore nasce proprio dalla superficialità con cui si eseguono lavori apparentemente semplici e meccanici: se salti un passaggio il giornalino viene male, per cui silenzio e lavorare.”
“Accidenti però…”
“Che caldo…”
“Posso fermarmi per dare una sorsata alla bottiglietta d’acqua?”
“Non vorrai fermare tutta la catena!”
“Ma profe, ho sete!”
“Si beve tutti insieme all’intervallo.”
“All’intervallo?! Mancano quaranta minuti!”
“Silenzio!”
“Forse stavo meglio a fare Francese…”
“Eheheh, anch’io!”
“Anch’io!”
Invece si vedeva bene che stavano proprio bene dove stavano, bellini tutti in fila a prendere un foglio per uno dalle 67 pile di fotocopie e via, avanti, uno dopo l’altro, fino alla fine del giro, per poi ricominciarne subito uno nuovo. Guardandoli, mi rivedevo ragazzina come loro quando, al campeggio estivo in montagna, svolgevo il medesimo lavoro esaltante e ingrato, e con i miei coetanei scrivevo articolini, li battevo con la Lettera 22 dell’Olivetti, li passavo al ciclostile e li impaginavo. Mi sembravano delle opere preziose, mi pareva di stare dentro la redazione di un giornale vero. E sognavo che, da grande, avrei fatto qualcosa che implicasse la scrittura.
“Cantiamo?”
“Ma che cantare: ho detto silenzio! Concentratevi, cialtroni.”
“Profe, canti con noi: si trasforma in un raggio missile con circuiti di mille valvole, tra le stelle sprinta e vaaa…”
“Ma che, conoscete Ufo Robot?!”
“Accidenti, certo che lo conosciamo, o profe, per chi ci ha presi?!”

Va be’, ma allora cantiamo!

Leave a Reply

XHTML: You can use these tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>