Il calzautore

Pubblicato il 12 aprile 2012 da admin

D’accordo che Gesù è appena risorto, ma io vorrei parlare di chi invece è morto e sfortunatamente non risorgerà.

Claudio avrà avuto una cinquantina d’anni. Il fatto che li portasse come se fossero stati venti faceva di lui il mio pittoresco calzolaio. Quasi speravo che un tacco mi abbandonasse o che una suola mi si logorasse: era l’occasione per passare un’oretta in spensieratezza. Non era pensabile passare dalla sua bottega, depositare l’oggetto in riparazione, salutare e andare. Da Claudio la sosta prolungata era intenzionale, oltre che obbligatoria.
“Ti fo un caffeino?” diceva come ti vedeva entrare. E se dicevi no, specificava, ripetendolo ogni volta, che te lo faceva con la macchinetta bona, mica co’ uno di que’ troiai che c’è a giro.
Amavo frequentare la bottega di Claudio. Indubbiamente per via del suo cane, un vecchio peloso con le cataratte a mezz’asta, lo sguardo vitreo e liquido, l’aria pensosa e il pelo sempre pulito e aulente.
“L’ho lavato stamani, annusalo: profuma che pare un finocchio” commentava orgoglioso il suo padrone.
Ma più che altro per lui, Claudio in persona, che era una persona prima di tutto buona. E si vedeva. Certo, con le donne era un filibustiere, un gigolò de noattri, un autentico seduttore.
“Madonna che palle d’occhi t’hai, bellina. Che s’andrà mai a cena insieme, io e te?”
Con Claudio, l’importante era ricordare: “Ti ricordo che sono fidanzata e che convivo da un decennio.”
“Appunto!”
Ma con lui era tutto un gioco, una sceneggiata che faceva sentire ardito e fascinoso lui e belle e seducenti tutte le clienti. Non la pensava allo stesso modo la donna che aveva sposato in gioventù, la quale un bel giorno, qualche anno fa, gli dette il benservito, si tenne i due figlioli e lo cacciò di casa insieme al cane. Claudio, scosso dall’improvvisa inversione di marcia conferita alla sua vita e rimasto senza un tetto sulla testa, non stette a perdere tanto tempo: allestì un soppalco ligneo dentro la bottega, tirò una tenda per salvaguardare la sua privacy e ci visse dentro fino a quando le sorti per lui ripresero il verso giusto, portando sul viso tutti i segni delle esperienze attraversate e superate, tutte le tracce degli eccessi evidentemente commessi.
Pur nelle disgrazie in cui incappava, negli arrosti che combinava, e nei casini in cui si ritrovava, Claudio riusciva sempre a mantenere un sorriso sulle labbra che infondeva a tutti il coraggio necessario a vivere la vita. Lui la vita la pigliava così, sul ridere, e in questo va detto che gli dava un sostegno psicologico corposo il collega della bottega accanto, un omino ruvido e scoglionato, grande riparatore di borse sdrucite. Inseparabili come due pappagallini, Claudio e Ofelio passavano le giornate a farsi scherzi pesanti ispirati alla fiorentinità più crudele e scanzonata. Una volta Claudio pagò un amico affinché si presentasse alla bottega del collega in tenuta ufficiale con un conto allucinante per un canone Rai mai pagato. Un’altra volta Ofelio mandò alla bottega di Claudio un signore distinto che si presentò come responsabile Siae e gli allungò una multa a dir poco sapida per la radiolina che costui teneva sempre accesa in quello che è un esercizio pubblico. Un’altra volta ancora, mentre alcuni operai del Comune stavano rifacendo la strada di fronte, Claudio andò a chiedere loro di dare un’asfaltatina anche al marciapiede antistante la bottega di Ofelio, come essi gentilmente e prontamente fecero. Di lì a un paio di giorni al vecchietto fu recapitato un conto esoso, naturalmente fittizio sebbene credibilissimo, firmato dal Comune di Firenze, che lo mandò su tutte le furie. Per non parlare poi di tutte le gigantografie, i manifesti, i poster e gli adesivi che i due autoproducevano sfruttando l’uno l’immagine fisica dell’altro, e che incollavano, appendevano ed esponevano nel quartiere, accompagnati a scritte ignominiose e imbarazzanti, perlopiù in rima baciata.
La vita di Claudio era questa. Gioco e scherzo, avventura e disavventura, amore e passione. Persino il suo lavoro non era per lui una semplice professione: era un’arte.
Claudio ti aggiustava le scarpe poi, con un sms sul telefonino, ti mandava a dire che erano pronte.
E si firmava “il calzautore”.

Il calzautore è morto pochi giorni fa, stroncato da uno scherzo che quel suo cuore generoso e passionale, impavido e temerario, ha deciso, suo malgrado, di giocargli.

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