Il ritorno di Xin Xin

Pubblicato il 24 aprile 2012 da admin

Xin Xin, studente di origine intuibilmente cinese che ho in classe dall’anno scorso, era sparito una mattina di qualche mese fa, così, all’improvviso, senza una comunicazione ufficiale, senza un annuncio, senza uno straccio di saluto. Senza la minima parola. Sparì così, il nostro Xin Xin: una mattina c’era, con la sua postura curva, con i suoi occhietti furbi, con il suo sorriso timido, e la mattina dopo non c’era più.
“E’ malato?”
“No plofe”.
“Ha fatto forca?”
“No plofe”.
“E allora?”
“E’ andato via”.
Via, ma non via dietro l’angolo. Non via per qualche giorno tanto poi ritorno. No: via lontano. Via lontanissimo. Via in… Cina.
“In Cina?! Ma torna!”
“No plofe”.
“Ma come no?!”
“No plofe”.
“Ma non mi ha nemmeno salutata, non mi ha detto niente, ieri era seduto su quella sedia e da oggi non lo vedrò più. Non si fa così. Io sto male.”
Stavo così male che mi ero fatta dare l’indirizzo su Qu Qu, sorta di facebook cinese, e avevo tentato, senza alcun successo, di contattarlo. Lui, nel frattempo, contattava me sul cellulare che non ho più, quel 338 che è stato sostituito da un 393. Forse non è mai passato un giorno, senza che io abbia chiesto notizie di Xin Xin. Perché Xin Xin, tra tutti gli studenti cinesi che di tanto in tanto spariscono dalla scuola per poi ricomparirvi (ma anche no), è tra quelli a me più cari: l’anno scorso quando arrivò, in prima, era un fuscello ripiegato su se stesso a cui mancava il coraggio anche per guardare in faccia un insegnante, figuriamoci per relazionarsi con lui. Ma Xin Xin col tempo aveva imparato a fidarsi, si era tirato su con la schiena assumendo la regolare postura del puer erectus, ci aveva guardati negli occhi e aveva cominciato a parlare, facendo mostra di un impareggiabile senso dell’umorismo di fronte a cui io regolarmente soccombevo. Perché, allora, Xin Xin ci aveva abbandonati tutti in quel modo indegno?
“Genitori in Cina plofe, paltenza implovvisa” era la risposta, stitica ed ermetica, che ricevevo dai compagni.

Xin Xin è tornato ieri. E’ tornato in Italia ed è tornato a scuola.
Come l’ho saputo, sono corsa su per le scale fino al secondo piano e, approfittando della porta dell’aula che ho trovato socchiusa, evitando financo di bussare mi sono piazzata sulla soglia e ho fatto, forte, fortissimo: “EHM!”.
Ma Xin Xin, impegnato e curvo sulla struttura della cellula, non si è accorto di niente.
“EHM!!!” ho ripetuto, stavolta battendo le nocche della mano sullo stipite della porta e facendolo sobbalzare.
Xin Xin ha fatto un sorriso largo dall’Italia alla Cina mentre sulla fronte gli passava in sovrimpressione la scritta “mi vergogno da morire, salvatemi -vi prego- da questa pazza della profe che ora mi trascinerà in una figura di merda colossale”.
Naturalmente nessuno è accorso in suo aiuto e la pazza ha potuto portare avanti la scena che sperava, un giorno, di poter realizzare.
“VIENI SUBITO QUI!” gli ho ordinato, con tono di voce sostenuto e sguardo a metà tra il cupo e l’impermalito.
Xin Xin tergiversava, alternando sguardi smarriti che andavano da me al banco, dal banco a me.
“VIENI SUBITO QUI, TI HO DETTO!” gli ho intimato.
Xin Xin si è alzato, a passo dinoccolato e flessuoso ha attraversato l’aula e mi si è parato davanti.
Me lo sono trovato di fronte: più alto, cresciuto, cambiato, ma sempre lui, il mio Xin Xin timidissimo e gentile.
“Mi dai un bacio?” gli ho detto.

Il resto, se permettete, sono affari nostri.

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