Strascichi

Pubblicato il 14 giugno 2012 da admin

In genere gli anni passati, suonata l’ultima campanella dell’ultimo giorno, facevo il fumo fuggendo da scuola. Peggio dei ragazzi, svuotavo di corsa il cassetto da libri, dispense, temi avanzati, biscotti sbriciolati e bottigliette d’acqua lasciate a metà, raccattavo le mie cose, consegnavo i registri, i programmi firmati in duplice copia, le relazioni finali, arrivederci a settembre e via, a casa mia.
Quest’anno, dall’otto di giugno scorso, dal suono insistente e struggente dell’ultima campanella, anziché fuggire e fare il fumo, mi lascio dietro strascichi falsi per avere la scusa di tornare a scuola la mattina dopo, quella dopo e quella dopo ancora. Una mattina ci torno per firmare datare e chiudere tutte le pagine del registro, un’altra per consegnare il foglio delle ferie, un’altra ancora per compilare i certificati delle competenze. Tutte cose che potrei fare a casa mia e di cui potrei liberarmi con un unico viaggio a scuola, roba di mezz’ora, roba indolore. E invece, proprio per il dolore che questa roba mi mette addosso, m’attardo intenzionalmente in pratiche lente e farraginose che mi danno la scusa per rivedere i colleghi, per stare ancora con le colleghe, per andare al bar insieme a loro tra una scartoffia e l’altra e parlare di quello che con la scuola non c’entra nemmeno.
“Domani io ci sono, voi ci siete?” ci diciamo alla fine di lunghe mattine.
E la mattina dopo siamo ancora tutti lì, tra quelle stanze in penombra, coi computer accesi soffianti e surriscaldati, con le custodi a sorriderci dal bancone dell’atrio e a proporci una fetta di torta fatta in casa, con i ragazzi che vengono e vanno dal cancello perché anche loro, come noi, provano l’inconfessabile nostalgia di quando la scuola finisce, l’estate assale e la vertigine prende.

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