La scuola è (davvero) finita

Pubblicato il 15 giugno 2012 da admin

La scuola finisce e a me torna quell’inconfondibile mal di pancia che provo solo nel mese di giugno. E’ diverso da tutti gli altri mal di pancia che mi prendono quando mangio troppo o male, quando sono preoccupata per qualcosa, quando bussa alla mia porta l’appuntamento mensile delle donne. E’ un dolorino tutto differente, meno vistoso e invadente, più subdolo e sotterraneo. Arriva e ti si apposta lì, alla bocca dello stomaco, se ne sta zitto e buono come chi vuole passare inosservato. Io però lo sento subito e immediatamente lo riconosco, visto che da venti anni è sempre lui, è sempre uguale. Lo “sgamo” all’istante, come direbbero i miei studenti, e lo chiamo per nome perché mi è così familiare che quasi mi pare di ricevere un amico. Un amico fastidioso e scomodo, ma per certi aspetti proprio un amico. Così non mi resta che accoglierlo, lasciarlo entrare e farlo addirittura accomodare, tanto so bene che per qualche giorno starà da me, sarà mio ospite sgradito. La pancia mi duole prima di tutto perché lascio la solita sessantina di studenti che ogni anno ho la ventura di incontrare, di conoscere a fondo e di apprezzare pur nei loro aspetti meno seducenti. Li lascio e non so se a settembre saranno ancora “i miei”. Dicono così i professori grulli, quelli che ci credono, quelli che ai loro alunni si affezionano: li indicano con il pronome possessivo, “i miei”, come se appartenessero loro in qualche modo, come se quell’incontro dominato dal caso più cieco e involontario rientrasse in realtà in un disegno divino imparentato con una gravidanza immaginaria, mai avvenuta, e quindi pure un poco isterica. La pancia mi duole anche perché a qualcuno abbiamo dovuto tagliare per forza le ali e il folle volo in cui si sono eccessivamente attardati a scuola s’interromperà forse per sempre. Per alcuni miei studenti l’esperienza scolastica termina così, a metà viaggio, mozzata come la coda di una lucertola finita nelle mani di un bambino spietato. Anch’io quest’anno sono stata spietata con qualche mio studente, anch’io ho alzato la mano quando era l’ora di votare per la bocciatura: e se da un lato sono certa di aver alzato la mano giusta e aver preso il miglior partito, la pancia mi duole uguale. Dio, se mi duole. E infine questa odiosa pancia mi duole anche per un terzo motivo: perché tocca a me telefonare a casa delle famiglie degli alunni che non ce l’hanno fatta e dare una novella che tutto è, fuorché lieta. Qualche babbo resta attonito e diventa afono. Qualche mamma scoppia a piangere. Mentre digito quei numeri, spero sempre che a rispondere sia un genitore uguale alla mamma di Claudia, che ferma e impassibile ha esclamato: “Avete fatto bene, avete fatto benissimo. Mia figlia è ancora fragile e poco preparata, deve rafforzare le proprie conoscenze e mettere buone basi per affrontare un triennio faticoso. Ripetere l’anno sarà per lei un vantaggio, cambierà i compagni, conoscerà persone nuove: la sua visione del mondo e della vita si allargherà, capirà qual è il modo giusto di affrontare gli impegni della scuola. Vi ringrazio di aver preso una decisione tanto giusta e onesta”. Ma anche quando mi sento dire parole tanto illuminate, la pancia mi duole, mi duole. Dio, se mi duole.

(il pezzo sarebbe dovuto comparire sul “Corriere” di oggi ma è saltato per dare giustamente spazio alla notizia dell’atroce morte per avvelenamento di Peggy, una setterina panna e caffellatte entrata in piazza Savonarola e mai più uscita. Lo pubblico qui piangendo Peggy, simbolo della stoltizia cattiva di quegli uomini che non hanno ancora capito quanto un animale vada rispettato e amato.)

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