Voglia di maturità

Pubblicato il 23 giugno 2012 da admin

Come mi sarebbe piaciuto, mercoledì scorso, avere di nuovo diciott’anni. Sarei stata una dei 500 mila maturandi, mi sarei dovuta cimentare nella prima prova e dunque avrei dovuto scegliere una tra le sette tracce elettronicamente inviate dal Ministero a tutte le scuole d’Italia. Una volta ricevuto il plico di sei fotocopie spillate e data una scorsa al materiale, sarei entrata certamente in crisi: titoli così fascinosi e stimolanti non si leggevano da tempo. Tre su tutti: Montale (il mio preferito tra i poeti del Novecento), il labirinto e la frase di Nizan sulla fallace bellezza dei vent’anni. Su quale mi sarei buttata, alla fine? Forse avrei fatto come Alessandro, uno dei candidati che dovrò esaminare: ha diviso il foglio di brutta copia a metà, sulla colonna di sinistra ha abbozzato una prova dell’analisi del testo in prosa tratto da Auto da fé e su quella di destra ha avviato una riflessione sull’aforisma del filosofo francese. Quindi ha scelto quella che lo convinceva di più ed è partito a razzo riempiendo fogli protocollo timbrati e firmati, ufficiali e altisonanti, rileggendoli via via con lo sguardo compiaciuto di chi pensa di aver scritto qualcosa di buono e di giusto. Avrei tanto voluto anch’io poter scrivere tutto quello che le tracce di quest’anno mi smuovevano dentro, avrei tanto voluto stare seduta al posto di Alessandro. Però devo dire che, anche dall’altra parte della barricata, la maturità è sempre un gran godimento; se poi, anziché farla dove vivi e lavori, scegli di andare a farla in un’altra città dove non conosci nessuno e dove tutto è più nuovo di sempre, l’esperienza si fa ancora più forte e la gente che incontri t’incuriosisce di più perché ti assomiglia di meno. A Grosseto ho un presidente di commissione che insegna musica, viene da Siena, tifa per l’Onda e ha già detto a tutti che se il 2 luglio la sua contrada vince il palio lui il 3 non viene. Ho un collega che è il sosia di Roberto Saviano e uno uguale sputato al Grande Lebowsky che possiede dodici gatti, i cui capostipiti (una femmina e due maschi) si chiamano Olivia, Newton e John. Ho una collega che tutte le mattine fa su e giù da Cortona per stare accanto alla figlia, maturanda anche lei. E ne ho una che ha vent’anni precisi meno di me e mi fa pensare a com’ero io vent’anni fa. Poiché si tratta di un liceo artistico, ho colleghi che insegnano le materie più strane dai nomi più astrusi (figura modellata, ornato disegnato) e, poiché una delle classi fa parte del corso serale, esaminerò una professoressa di lettere in pensione, un medico e un architetto che per mero piacere personale hanno deciso di tornare tra i banchi. Per tre settimane vivrò a stretto contatto con persone che non ho mai visto prima, che molto probabilmente non rivedrò mai più, ma che per questo tempo saranno importanti per me come io lo sarò per loro, destini incrociati dal fato cieco e casuale che segnerà in qualche modo la nostra esperienza, la nostra esistenza. Perché l’esame di maturità è anche questo: l’incontro di un’umanità. E’ un rituale che emoziona chi c’è dentro come chi ne è fuori da tempo ma ricorda ancora molto bene tutto ciò che si prova. E’ la fine dell’esperienza scolastica: l’ultima volta in cui qualcuno si preoccupa di capire se abbiamo capito.

(ieri sulle pagine fiorentine del Corriere della Sera)

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