A posteriori

Pubblicato il 11 luglio 2012 da admin

(pezzo scritto dieci giorni fa ma mai pubblicato per mancanza di connessione)

A me gli orali della maturità iniziano precisamente oggi. Finora sono state solo prove scritte e correzioni, a sgocciolare sudore su fogli protocollo e a incassare torcicolli per colpa di due, tre, quattro ventilatori puntati addosso a mattinate intere che nel frattempo però mi salvano dall’asfissia. Lo sapevate che al Liceo Artistico la seconda prova dura tre giorni? Io no, non lo sapevo. E non sapevo neanche che suddetta prova consistesse nel ritratto dal vero di una modella integralmente nuda. E’ tutta una scoperta, questa maturità che ho scelto di fare fuori sede, nella scuola di un’altra provincia. La mia giornata di lavoro inizia alle cinque e mezzo, quando gli uccellini della campagna maremmana anticipano (ma di poco) il suono becero e metallico della sveglia. Mi alzo, mi doccio, mi vesto, mi colaziono e mi metto in viaggio. Quaranta chilometri di curve e giungo a destinazione: scuola a mattoncini rossi, colleghi abbioccati e sudaticci come me, alunni coi capelli rasta in capo, con le ciabatte da mare ai piedi, con la tensione emozionata addosso. Tracce elettroniche da scaricare e da stampare, da fotocopiare e da distribuire. E poi la sorveglianza. Ore interminabili di sorveglianza avanti e indietro lungo il corridoio a budello che separa la prima dalla seconda fila. Uno alza la mano per un chiarimento, una smarrisce lo sguardo nel vuoto, un altro ancora va nel panico e spreca un’ora a convincere l’ansia a smammare. Alla commissione di cui faccio parte alla fine ho dovuto confessare l’ignominioso segreto: se a metà mattinata non affondo il dente su un paio di tasselli di farinaceo condito a modo, entro in crisi, calo di pressione, cedimento di energia, buio pesto e dalla fame non ci vedo veramente più. Così ora dilaga l’usanza della pausa condivisa, quasi competitiva, in cui ogni giorno scatta la tacita gara a chi porta e offre di più. E l’amicizia cresce. E’ fondamentale lavorare in un clima sereno, meglio ancora se gaudioso. Specialmente se il lavoro prevede di correggere e valutare i prodotti scritti di ragazzi che su questo esame hanno puntato tutto e che dagli esaminatori si aspettano accoglienza empatica, desiderio reale di capire. Il primo che consegna apre la strada agli altri, che afferrano il coraggio tra le mani e sebbene ancora titubanti vanno a imitarlo. A noi docenti restano sul tavolo pile di fogli scritti e un pomeriggio di fuoco da spenderci sopra. Vi si legge di tutto: da svarioni ortografico-formali a genialità contenutistiche. Si fatica un po’ ad abbinare i nomi ai volti di questi ragazzi, che non conosciamo, che frequentiamo solo da una manciata di giorni, ma che già ci stanno inspiegabilmente a cuore. Prima di scrivere quel “nove”, quel “tredici”, o quel “quindici”, ci domandiamo quale sia stata la strada che ha condotto quell’alunno fino a lì, quali i suoi progressi, quale la sua storia. Da stamani il quadro si farà più completo: se sulla carta si può mentire, lo sguardo e la parola orale non ingannano mai. A domanda risponderanno. E finalmente loro scaricheranno il fardello emozionale che li rallenta. Mentre a noi sarà possibile esprimere una valutazione che sia insieme auspicabilmente oggettiva e preferibilmente umana. La giornata è finita, via in macchina, a casa, a letto. Fino all’alba di domani.

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