Il concorsone

Pubblicato il 23 settembre 2012 da admin

Sono due gli incubi terribili che inquinano di tanto in tanto il mio sonno notturno: uno è l’esame di maturità, che periodicamente rivivo in forma onirica e che mi sveglia, affannata e sudaticcia, preda dell’ansia di quei giorni mai rimossi. L’altro è il cosiddetto “concorsone”, ovvero il concorso ordinario che, laureata e già docente, attesi per un decennio buono prima di poterlo sostenere e fortunatamente superare nell’ormai lontano anno Duemila. Ma mentre rivivere la maturità mi fa quasi divertire, poiché al panico era mescolato insieme quel misto di salvifica inconsapevolezza, sana cecità, e pura incoscienza tipiche dell’adolescenza, ripercorrere mentalmente i giorni del concorso di abilitazione all’insegnamento mi provoca un vero e proprio smarrimento interiore e ricostruisce negli anfratti più profondi del mio inconscio l’autentico baratro di angoscia che ebbi a provare.
Quell’esame è stato per anni e anni il Minotauro contro cui ogni aspirante alla conquista di una cattedra nella scuola italiana ha dovuto combattere, alla fine di un labirintico periodo di studio sfiancante. Ricordo che, quando il bando uscì (dieci anni dopo la mia laurea), io insegnavo a Bergamo. I colleghi nordici mi esortavano a tentarlo in loco: pare che fosse più probabile superarlo e, quindi, entrare finalmente in ruolo. Ma io, che più di ogni altra cosa al mondo bramavo il mio ritorno in patria, sfidando la fama che dipingeva implacabili gli esaminatori toscani, affrontai l’esame a Lucca.
E vinsi.
Vinsi prima di tutto l’immissione in ruolo e, dunque, il posto a tempo indeterminato.
Ma soprattutto vinsi quel mastodontico terno al lotto che era quell’esame, in cui allo scritto per tradizione ne potavano più della metà e all’orale si potevano permettere di chiederti tutto lo scibile umano. Nel caso delle materie per cui mi presentavo, cinquemila anni di storia, la geografia fisica, economica e umana di tutto il mondo, otto secoli di letteratura e ogni minima regola e particolarità linguistico-grammaticale. In pratica l’equivalente di un parto plurigemellare.
Dopo quello, di concorsi ordinari non ne furono banditi più e gli insegnanti precari dovettero abilitarsi alle famose quanto esose (sia in termini di impegno professionale che in senso economico) Ssis, le Scuole di Specializzazione all’Insegnamento Secondario, mentre il Ministero seguitava ad attingere alle graduatorie per l’inserimento di insegnanti nuovi.
Chi è precario oggi avrà di che sognare, negli anni a venire. Perché il ministro Profumo ha reso note le regole del nuovo concorsone che muoverà i primi mostruosi passi da ottobre in poi. Regola uno (forse la più comica): potranno concorrere solo coloro che sono già in possesso dell’abilitazione all’insegnamento. Regola due (forse la più umiliante): il concorsone sarà preceduto da un test d’ammissione che valuterà le competenze logiche e culturali di ogni candidato (come dire che chi è laureato e abilitato è ignorante come una capra e non sa ragionare). Regola tre (forse la più incredibile): a gennaio tutto sarà pronto per gli scritti, a marzo potranno cominciare gli orali e il prossimo settembre, smantellate le vecchie graduatorie, si potranno immettere in ruolo professori finalmente giovani.

(pubblicato ieri sulle pagine fiorentine del “Corriere della Sera” nella rubrica “I quaderni della Profe”)

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