Atom-cefalea

Pubblicato il 21 ottobre 2012 da admin

Decidere di passare la serata con un estimatore di musica elettronica può giocare scherzi davvero (ma davvero) molto brutti. Prendi ieri.
“Hai sentito? C’è ATOM in concerto a Firenze! Io ci vado senz’altro: vuoi venire con me?”
“Di chi stai parlando, scusa?”
“Atom! Il più grande musicista elettronico a livello europeo! E’ di origine tedesca, essenziale, minimale, sublimale.”
“Troppi -male : siamo sicuri che non sia pericoloso?”
“Macché pericoloso: ti dico che è un grande. E’ il concerto dell’anno. E’ l’evento della stagione. Esserci è un must. Non puoi perdertelo.”

E invece non solo avrei potuto: avrei dovuto.
Perché il concerto di Atom (dal mio punto di vista, che riconosco misero, limitato e miope quando si parla di musica elettronica, ma che non può dirsi prevenuto perché da anni provo a capire un settore musicale che tuttavia seguita a suonarmi non solo estraneo ma addirittura ostile) è la dimostrazione di come un paio di centinaia di persone siano disposte a farsi pigliare per il culo da un tipo che, coi capelli, ha perso anche il senso della misura e del buon gusto.
Quindici euro a testa per un’ora risicata di concerto, gestito come tutti i concerti elettronici a cui ho assistito in vita mia, da quello di Nobukazu Takemura (indimenticabile nella sua follia estraniante) a quelli proposti a Cascina da Fosfeni: l’artista si materializza sopra il palco con l’aria emaciata e smunta di chi ha molto sofferto per partorire l’opera d’arte che viene a proporti e, guardandosi bene dal dire anche un buonasera stronzi, si piazza davanti a un aggeggino quadrato ritto su un treppiedi, dove prende a battere l’indice e il medio della mano destra e di quella sinistra in modo da ottenerne il suono di una batteria acustica. I volumi naturalmente sono tali da farti vibrare la poltroncina sotto il deretano. Dietro di lui, affinché l’orchite sia completa, si proiettano intanto immagini di varia estrazione, dall’astrattistica più impalpabile (vedi Nobukazu Takemura che ce la menò con due ore di onde sulla spiaggia) all’Atom di iersera che ci ha propinato sedici minuti netti di pompino.

Ma quello che più mi attrae e allo stesso tempo mi sconcerta, quando mio malgrado mi ritrovo a presenziare a serate come questa, è il pubblico che sceglie di buttare al vento un sabato sera, come se i sabati sera nella vita fossero troppi. Omologati al modello intellectual-impegnato-alternativo-fintotrascurato, vestono tutti allo stesso modo, portano tutti gli stessi occhiali dalla montatura nera e spessa e fanno di tutto per essere originali. Non ci riescono quasi mai.
Parlandosi, non si guardano, ma puntano lo sguardo verso il vuoto, perché fa più esistenziale. Discorrendo, si mostrano stanchi e provati da questa vita che li ammorba.
All’uscita, commentano con parole d’estasi la bufala travestita d’arte a cui hanno assistito.

Io me ne vado prima della fine, a braccetto con la mia cefalea, a cercare rifugio nel silenzio frusciante della libreria più vicina all’Odeon.

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