Un pomeriggio insieme a Mario

Pubblicato il 23 ottobre 2012 da admin

Entro nella nuova biblioteca recentemente inaugurata e intitolata alla memoria del poeta fiorentino Mario Luzi, e mi colpiscono le gigantografie appese alle pareti. Vi si riportano citazioni tratte dai più grandi scrittori del mondo, da Marguerite Yourcenar a Emily Dickinson.
(“Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire”.)
(“Le cortesie più piccole -un fiore, un libro- piantano sorrisi come semi che germogliano nel buio”.)

Ci entro perché questo pomeriggio viene dedicato proprio a lui, al grande Mario, che nacque intorno a questi giorni d’ottobre dell’anno in cui il primo conflitto mondiale prendeva a scoppiare. Ma (lo confesso) non conosco nessuno tra coloro che ne parleranno. Soprattutto non conosco lei, la protagonista dell’incontro, colei che è stata chiamata a dare voce ai versi del poeta celebrato: Elisabetta Salvatori.

“Sono alta un metro e cinquanta e sono sicura che nessuno di voi mi conosce” esordisce raggiungendo il tavolo del dibattito dalla prima fila di poltroncine in cui siede, tra il pubblico presente. “Ma proprio perché sono così piccola e così poco nota, oggi mi sento ancora più privilegiata.”

Ha ragione, Elisabetta Salvatori, a essere così felice ed emozionata: perché non è brava, è bravissima nella lettura espressiva ed interpretativa delle poesie di Luzi. E ci tocca la pancia, il cervello e il cuore, con quella voce un po’ roca e un po’ bambina, con quello sguardo smarrito e consapevole, con quei modi di chi prova a dare tutto pur nel timore di non esserne capace.

Legge parole di amore, di leggerezza, di vecchiaia, di morte. Parole di grande speranza.
“Vorrei arrivare al varco/ con pochi essenziali bagagli/ liberato da molti inutili/ inerziali pesi e zavorre/ di cui l’epoca tragica e fatua/ ci ha sovraccaricato, noi uomini”.
E alla fine legge quel testo straziante che Luzi scrisse per Firenze dopo che Firenze fu violentata in via dei Georgofili.
E ci fa rivivere, mentre il tramonto trapassa dai finestroni di una biblioteca che parla d’antico ma profuma di nuovo, la notte più brutta, quando io vivevo in collina e dello scoppio di quella bomba non mi arrivò che l’incredula eco.

Sia detta per te, Firenze,
questa nuda implorazione.
Si levi sui tuoi morti,
sulle tue molte macerie,
sui tuoi molti
visibili e invisibili tesori
lesi nella materia,
offesi nell’essenza,
sulle tue umili miserie,
ferma, questa preghiera.
I santi della tua storia
e gli altri, tutti,
della innumerabile corona
la portino in alto,
le soffino spirito e potenza,
ne cingano d’assedio
le stelle, i cieli,
le superne stanze:
“Giustizia non ti negare
al desiderio degli uomini,
scendi in campo, abbi la tua vittoria!”
Sia detta a te, Firenze,
questa amara devozione:
città colpita al cuore,
straziata, non uccisa,
unanime nell’ira,
siilo nella preghiera.
Vollero accecarti, essi,
della luce che promani,
illumina tu, allora,
col fulgore della collera
e col fuoco della pena
loro, i tuoi bui carnefici,
perforali nella tenebra
della loro intelligenza, scavali
nel macigno del loro nero cuore.
Sii, tra grazia e sofferenza,
grande ancora una volta,
sii splendida, dura,
eppure sacrificale.
Ti soccorra la tua pietà antica,
ti sorregga una fierezza nuova.
Sii prudente, sii audace.
Pace, pace, pace.

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