Onora il padre e la madre

Pubblicato il 26 ottobre 2012 da admin

Di Edoardo Albinati non avevo letto niente. Neanche quel Maggio selvaggio che ho in casa da anni e che non ho mai aperto. O forse sì, ma non me lo ricordo.
Invece l’altro giorno mi è venuta la curiosità di andare a guardarlo in faccia, l’autore di questo libro recentemente uscito, Vita e morte di un ingegnere. Era ospite della solita Anna Benedetti alla solita rassegna “Leggere per non dimenticare” di cui mi diverto a parlare sempre male ma che amo in modo profondo perché mi ha regalato molti tra i miei pomeriggi più intensi. Già che c’ero, il libro l’ho comprato. Anche perché, a pelle, mi sono piaciuti l’uomo e l’argomento.
Albinati non ha l’eloquio della Murgia. Ne ha un altro. Lento. Smorzato. Ponderato. Quasi singhiozzante. Come se fosse insicuro, incerto se dire o no ciò che sta per dire. Come se ci stesse un po’ per ripensare all’ultimo momento. Si vede da lontano che non vuole fare il divo, e che non gli riuscirebbe nemmeno se lo volesse. E’ timido, Albinati. E’ riservato. E ha una forma di pudore assai marcata.
Eppure questo libro, che lui definisce un saggio su suo padre, è stato attaccato dalla critica proprio nel nome di un mancato rispetto del senso del pudore.
Figlio di un uomo anaffettivo che era leader sul lavoro ma fantasma a casa, Albinati ne ha raccontato tutti i limiti emotivi. Il padre di Albinati non abbracciò mai suo figlio in vita sua. Ci volle una malattia fulminante perché i loro due corpi si facessero per necessità così vicini da toccarsi. E della malattia di quel padre creduto immortale ma scomparso dalla faccia della terra nel giro di nove mesi appena, Albinati non ci risparmia nulla: vuota il sacco, vomita tutto, con il risentimento e l’amore che prova per quell’uomo ne sputtana il disfacimento fisico e l’umiliazione impostagli da una malattia spietata quanto incalcolata. Denuncia il mercato che di quella malattia ebbero il coraggio di fare medici ciarlatani e infami. Confessa tutto quello che -da figlio- ha provato, quando è stato costretto ad assistere alla morte di suo padre.

Con questo libro, a me sta capitando qualcosa che mi capita molto raramente.

Primo, non lo lascio mai. Fisicamente, dico. Me lo porto dietro, me lo tengo tra le mani, ne guardo e ne accarezzo la copertina anche mentre guardo un film o parlo al telefono con un’amica. Lo porto a letto anche se a leggerlo la sera non ci riesco proprio. Lo apro, lo sfoglio, lo chiudo, lo riapro. Rileggo qualche frase qua e là, poi smetto. E ricomincio.

Secondo, lo penso sempre. Mi è entrato nella vita, mi si è insinuato dentro le giornate e mi segue come un cane ostinato e fedele.

Terzo, non gli faccio neanche un bacherozzolo laterale. I bacherozzoli laterali sono quei segnetti ondulatori che lascio lungo le colonne dei temi dei miei studenti a scuola quando ci trovo scritto un passaggio che non mi piace, una parola che non mi convince. La deformazione professionale ormai è tale che neanche con i libri riesco a sottrarmi a questo vizio: e sono pochi, pochissimi, i libri completamente privi di bacherozzoli, nei miei scaffali. Ammaniti, per dire, ne ha fatto incetta, perché anche se mi piace molto e non ne ho mai fatto mistero con nessuno, nelle sue storie trovo decine di parole che non avrei usato, rinvengo diversi passaggi che mi sarebbe piaciuto leggere espressi in un altro modo. In quasi tutti i libri che leggo trovo qualcosa da ridire, soprattutto nell’aspetto legato alla forma. Ecco, questo libro di Albinati secondo me è perfetto: non c’è un eccesso, non c’è una stonatura, non c’è una sbavatura. Tutto è detto come andava detto.

Quarto, sento che parla anche a nome mio, parla anche per me. Dice dei legami familiari quello che ho sempre pensato anch’io e che, invecchiando, penso sempre di più: il comandamento biblico che c’impone di onorare il padre e la madre è anche quello che ci castra e alimenta di più in noi il senso di colpa tipicamente cattolico. Perché sono d’accordo che il padre e la madre vadano onorati. Ma sento anche il bisogno di dire che questa pratica non viene sempre facile, perché i genitori non sono tutti parimenti onorabili, non sono tutti parimenti amabili. Tu li ami comunque, perché quell’amore che provi per loro è un sentimento a cui non potresti sottrarti neanche se volessi, è un legame atavico e viscerale, atemporale e acausale, nasce prima ancora che tu nasca e non muore nemmeno dopo che sei morto. Ma com’è difficile, a volte, amare un genitore. Com’è difficile amarlo anche quando palesemente lui non ricambia il tuo sentimento ingestibile, irrazionale e sconfinato, o lo ricambia in misura adulterata, fredda, dispari e distante. Quando ti ammazza con una frase, con una parola sola. Quando ti fa sentire che gli stai sulle palle senza che tu ne conosca vagamente il motivo. Com’è difficile evitare di frapporre tempo e distanza da quel genitore che ai tuoi occhi non è capace di sfruttare il tempo e la vicinanza per dirti che semplicemente ti ama per quello che sei stato e sei diventato, anche se quello che sei non è esattamente quello che si aspettava da te.

Edoardo Albinati e questo suo libro mi piacciono tanto, tantissimo. Perché hanno entrambi il coraggio e l’onestà di dire anche quello che quasi nessuno oserebbe confessare e raccontare.

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