In viaggio verso Primo Levi

Pubblicato il 27 ottobre 2012 da admin

L’altro ieri sveglia alle cinque. Mi aspettava un treno per essere a Milano nella prima mattinata e arrivare in tempo alla Fondazione Corriere della Sera per prendere parte a un seminario organizzato dalla Fondazione Memoriale della Shoah e dedicato a Primo Levi.
Ci sono andata perché il titolo (che lo definiva “un compagno di viaggio”) e il sottotitolo (che parlava di “un dialogo rimasto interrotto” con un uomo che fu al tempo stesso testimone e scrittore di qualcosa di mostruoso) mi incuriosivano.
E ci sono andata perché ricordo molto bene, nonostante siano passati venti anni tondi tondi, quello che promisi a me stessa quando ero studentessa di Lettere all’università, ossia che avrei fatto di tutto perché quella laurea che un giorno avrei preso non si coprisse di polvere. Quella promessa me la sono puntualmente ripetuta soprattutto dopo che ho cominciato a fare il mestiere d’insegnante: restare aggiornata frequentando corsi che spolverassero le mie conoscenze accademiche e m’impedissero di imprigrirmi intellettualmente e di accontentarmi di quello che avevo già imparato ma che non poteva, non doveva bastarmi.
E, conservando ancora il brutto ricordo di certi insegnanti avuti al liceo che dimostravano impudicamente la loro mancanza di freschezza culturale, dicevo a me stessa che mai mi sarei ridotta come loro, a riscaldare una minestrina uguale a se stessa tutti gli anni per propinarla a studenti sempre nuovi e sempre diversi anche nelle esigenze e nelle aspettative; ma che, al contrario, mi sarei sforzata per tenere il passo con le uscite editoriali, seguire i dibattiti sulle questioni storico-letterarie più importanti, leggere, sapere, capire e poi provare ad aiutare a capire anche chi aveva la ventura di finire in classe mia.
Così l’altro ieri sono partita con questo stato d’animo. La Sala Buzzati dove il seminario si teneva pullulava di insegnanti come me venuti da ogni dove e di studenti simili in tutto ai miei. Di Primo Levi ho scoperto segreti che non conoscevo, ho riletto passi che mi mossero al pianto quando li studiai per la prima volta, ho ascoltato interpretazioni originali a cui non avevo mai pensato. Credo che siamo tornati a casa sentendoci tutti appagati, con la sensazione di piacevole sazietà che si prova dopo aver mangiato un cibo che si è sentito buono e si sa sano.
Nessuna scuola ha rimborsato tutti quei docenti della spesa sostenuta per andare, stare e tornare da Milano un giorno intero (e di cui basterebbe il prezzo del treno per farsi venire un coccolone): eppure il salone era gremito.
Questo volevo raccontare oggi ai lettori.
Questo vorrei che leggesse il mio ministro, quando si permette di parlare della categoria a cui appartengo come se fosse una marmaglia di furbetti che con diciotto ore di lavorino facile se la sfanga.
Questo vorrei che sapessero tutto coloro che, spesso per ignoranza, faciloneria o pressappochismo, si lasciano scappare dalla bocca commentini odiosi sulla scuola e su chi ci lavora, ben più di diciotto ore alla settimana.

(pubblicato oggi sulle pagine fiorentine del Corriere della Sera)

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