Ciao nini

Pubblicato il 27 novembre 2012 da admin

Nella nottata che ha preceduto questa spaventosa giornata di ràgani e baturli è morto lo zio Umbe, fratello della mamma e surreale presenza in casa nostra da che io ne ho memoria.
Comunemente detto “il bersagliere” per i suoi gloriosi trascorsi nel corpo dal cappello piumato, lo zio Umbe in famiglia veniva chiamato più spesso Flambert, che ne faceva quel soggetto elegante e signorile ch’egli fu fino al giorno in cui l’umiliante malattia giunse a mortificarne la figura e la natura.

Camminatore indefesso, lo zio Flambert chiedeva sempre di essere portato in Pratomagno. Alla perenne ricerca di una compagnia con cui dividere giornate da conservare nella testa e nelle gambe, egli suonava spesso al nostro campanello, certo di trovare -come vi trovava- persone disponibili a dargli uno strappo per l’Italia.

Amante dei cani, egli possedé la leggendaria Musetta, una barboncina argentea con perenni cispe agli occhi e una voglia incontenibile quanto sconcia di praticare sesso ubiquo, com’ella stessa mostrava al pubblico osservante attaccandosi con ambedue le zampette anteriori alle gambe di malcapitati ignari. Fu poi co-proprietario di Crodino, un canino calabro-toscano ereditato grazie (o a causa?) della seconda moglie. Nei mesi precedenti alla progressiva e irreversibile perdita del controllo degli arti inferiori e superiori, ha seguitato ad aggirarsi per le strade del paese in compagnia di tale Matilde, una schnautzer nana che ha molto in odio i gatti.

Grande conoscitore della storia del Risorgimento, lo zio Flambert amava intrattenere i suoi interlocutori in racconti rimaneggiati di persona, che diffondeva con un tono di voce esagerato, incapace di gestirne il volume a causa, io suppongo, di un problemino acustico che nel tempo lo aveva reso ipoudente. Quando ragionava, allo zio Flambert si accendevano gli occhietti, piccoli e puntuti, con i quali pareva ti volesse frugare dentro l’anima.

Dove mangiava lui era come se ci avesse razzolato un gruppo di galline tante briciole lasciava a giro; era rumorosissimo e masticando biascicava senza freni inibitori. Condividere un pasto in sua compagnia era un’impresa che poteva rivelarsi affascinante, benché impegnativa, come un seminario di antropologia culturale.

Congedandosi da casa nostra, urlava a pieni polmoni una frase breve diventata però emblematica all’interno del nostro nucleo familiare e adottata spesso per far fronte ai momenti di tensione quotidiana o stress episodico: “CIAO NINI!!!” era il modo con cui lo zio Flambert salutava me e mio fratello, che lo imitavamo attingendo a suoni gutturali e cavernosi. Era un grido libertario, salvifico, risanatore e pacificante.

Ciao nini, ti dico allora oggi, caro zio Flambert. E spalancando la finestra come facevo quando vivevo ancora nella vallata natale, lancio al cielo questo grido, che ti accompagni sulla montagna più alta verso cui hai preso a salire questa notte.

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