Vaffanculo!

Pubblicato il 12 dicembre 2012 da admin

Uno dei sonetti che Cecco Angioleri dedica alla ragazza di cui è innamorato (tale Domenica, detta Domenichina, detta Becchina, una senese belloccia quanto di facili costumi) s’intitola “Becchin’amor!”.
Oltre che un sonetto, la poesia in questione è un contrasto, ossia un corteggiamento in versi.
Generalmente nel contrasto c’è sempre un lui che chiede a una lei qualcosa di facilmente intuibile e una lei che nega a un lui l’oggetto tanto sospirato. Per poi concederglielo regolarmente a fine testo, dopo una quarantina di rime.
In questo caso invece Cecco chiede a Becchina solo un gesto (uno dei più difficili, effettivamente): il perdono.
Si vede che gliene doveva avere combinata una grossa, perché ci mette tutto l’impegno per commuovere la donna e spingerla a un atto di pietà. Lei, da parte sua, non cede, lancia accidenti contro il povero poeta disperato, e gli augura perfino di morire.

“Per la prossima volta me la studiate a memoria.”
“No! Come sarebbe a dire profe?! Un’altra poesia a memoria?!”
“Proprio così: un’altra poesia a memoria.”
“Ma noi un se ne pole più! Son difficili!”
“Le so io, le dovete sapere anche voi.”
“Ma lei è una profe!”
“E voi siete i miei cari alunni. E proprio per dimostrarvi quanto tengo a voi, vi concedo di recitarmela a coppie: salirete in cattedra e uno farà Cecco, una farà Becchina.”
“Ma un siamo nemmen pari!”
“Vorrà dire che qualcuno farà la donna, o qualcuna farà l’uomo.”

Infatti eccole, due ragazze a dividersi il battibecco in versi datato 1300. Gli scappa un po’ da ridere, ciondolano un po’ di qua e di là. Ma poi si ricompongono, si danno un contegno e cominciano la declamazione interpretativa.

“Becchin’amor!”
“Che vuo’, falso tradito?”
“Che mmi perdoni!”
“Tu non ne se’ degno!”
“Merzè, per Deo!”
“Tu vien molto gecchito…”
“E verrò sempre!”
“Che saràmi pegno?”
“La buona fe’”
“Tu ne sei mal fornito!”
“Non inver’ di te.”
“Non calmar, ch’i ne vegno…”
“In che fallai?”
“Tu sai ch’io l’abbo udito!”
“Dimmelo, amor!”
“Va’, e che ti venga un segno!”
“Vuoi pur ch’i’ moia?”
“Anzi, mi par mill’anni!”
“Vaffanculo!”

Interrompo e intervengo per puntualizzare, con voce pittimina.
“Quella parolaccia non può avergliela detta: le battute di Cecco sono sempre quinari. Vaffanculo invece (vaf-fan-cu-lo) è di quattro sillabe: mi salterebbe tutto il sonetto”.

Il tutto ripreso con i cellulari e probabilmente già dato in pasto alla Rete.

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