Il canto sussurrato

Pubblicato il 28 gennaio 2013 da admin

Finalmente, dopo averne tanto sentito parlare, l’ho conosciuto di persona.
E’ uno dei Dirigenti scolastici a cui fischiano di più le orecchie in tutta la provincia di Firenze: dicono che il suo nome sia pronunciato con stima sincera dai professori che hanno voglia di lavorare e con cieco terrore da chi a scuola ci va per scaldare la sedia della cattedra. Dicono che, dove passa lui, l’erba cresce più alta; dopo che le ha dirette lui per qualche anno, anche le scuole più sgarrupate riprendono vigore e s’innalzano di livello. Perché lui non dà pace, non concede tregua: controlla i registri, supervisiona i programmi, entra nelle classi, s’intrattiene coi ragazzi, penetra nelle dinamiche, smussa gli spigoli e valorizza i talenti. Ma fa anche una guerra impietosa (e giusta) a chi questo lavoro lo fa come se ne farebbe uno qualsiasi di segreteria.

Venerdì scorso è stato il protagonista della Lectura Dantis accolta presso l’aula magna del “Miche”, il liceo classico di via della Colonna. Aveva scelto il Canto Sesto dell’Inferno, quello dei golosi. Un canto ricco di suggestioni e di messaggi, politici soprattutto. Tuttavia -com’egli stesso ha puntualizzato- sarebbe un errore credere, come si tende a fare, che i canti politici del poema dantesco siano solo i tre canti sesti delle tre distinte cantiche: di politica è intrisa l’intera Divina Commedia, di politica si parla quasi in ogni canto, perché la politica animò Dante più di ogni altro sentimento. Certo, nel Canto Sesto il tema è dominante grazie all’incontro con quel mangione di Ciacco che rivela tre profezie al povero Dante, prossimo all’esilio del 1302.
Io quando leggo in classe questo canto, faccio sempre un gran casino: m’improvviso Cerbero e latro sguaiatamente simulando di avere tre gole e altrettante bocche spalancate, squarto e scuoio simbolicamente i miei studenti camminandogli vicina e seminando anche un po’ di inquietudine, imito le anime dannate distese a terra, ora prone ora supine, e Dante e Virgilio costretti a procedere in punta di piedi per non calpestare quella vanità che par persona, faccio versacci e vocioni.
Il Preside Valerio Vagnoli, invece, venerdì scorso ci ha regalato una lettura sussurrata, in un approccio intimo e misurato a uno dei canti più maestosi della prima cantica, dove la pena è greve come quella pioggia che cade incessante, l’atmosfera irrespirabile come quella terra che riceve e pute, la visibilità minima come in tutto il resto del mondo infernale. E la paura immensa.

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