Attenzione!

Pubblicato il 28 gennaio 2013 da admin

Non lo dico io, lo dicono gli esperti: gli studenti di oggi non sanno più concentrarsi e dispongono solo di un’attenzione parziale. Come in un’infinita e mostruosa riproduzione della dea Kalì, in una mano tengono lo smartphone per le chiamate e i messaggini, in un’altra l’ipod per la musica, in una terza il telecomando per seguire la televisione e nella quarta (nei casi più felici) un lettore e-book. La scorsa settimana alla Cattolica di Milano si è tenuto un convegno dedicato a tutto questo. Non so cosa ne sia emerso: io, mentre gli esperti si riunivano per elaborare un vademecum capace di interrompere questo presunto processo involutivo, ero in classe a combattere coi cellulari dei miei alunni. Ho letto però che si parla di “allarme pensiero”, di “preoccupante regressione”, insomma una sorta di “criminalizzazione generazionale”. Ho letto che noi, della generazione pre-tecnologica, eravamo migliori, più intelligenti, quasi perfetti a livello cognitivo: conoscevamo il pensiero critico, applicavamo la consequenzialità logica e padroneggiavamo la frase complessa. Questi di ora? Nulla, una tragedia: lessico stringato, sintassi singhiozzante, pensiero nebuloso punteggiato di “tipo”, “cioè” e “praticamente”, mancanza di stimoli ad approfondire. Non starò qui a dire è vero o non è vero. Vorrei solo fare due osservazioni. La prima. Un mio alunno, in un tema recente sulle trasformazioni generazionali, mi ha scritto le testuali parole: “Basta coi discorsi su com’eran belli i vostri tempi, su come vi sapevate divertire voi, su come studiavate bene e tanto. Basta con la storia di quei lunghi pomeriggi passati a ragionare a cavallo di un muretto. I tempi non sono più quelli, noi non siamo voi e il mondo in cui noi siamo nati non è il vostro. A voler essere precisi, voi lo avete inventato, per poi dire a noi che fa schifo e non vale quanto il vostro. Noi questo mondo ce lo siamo ritrovato e ce lo dobbiamo tenere: siamo cresciuti col cellulare in mano, con la tecnologia sempre addosso? E’ vero. E’ così”. Non vi sembrano parole tanto vere quanto disarmanti? A me sì, e infatti mi guarderò bene d’ora in poi dal fare predicozzi ai miei studenti. La seconda. Nell’indimenticabile serata dedicata alla Costituzione, Benigni disse qualcosa sull’Europa unita: disse che era folle pensare di tornare indietro, di interrompere il corso naturale delle cose e della storia. Non vi sembra che la sua osservazione sia applicabile anche a questa benedetta tecnologia? L’abbiamo inventata, l’abbiamo diffusa, l’abbiamo strapubblicizzata: teniamocela e impariamo a usarla, senza demonizzarla. Apriamo la mente al nuovo che avanza e le braccia ai nostri ragazzi, che per certe cose sono molto più avanti di noi (anche se ci brucia tanto ammetterlo). Io dai miei diabolici studenti cinesi mi sono fatta istallare sull’iphone l’infernale WeChat, con la quale riusciamo a stare in contatto anche in eventuali notti insonni. E con quelli italiani vado di whatsapp selvaggio tanto che, quando mi beccano connessa tra un cambio d’ora e l’altro, mi fanno degli amabili cazziatoni che abbattono le barriere generazionali e ci fanno sentire meno estranei.

(Il Corriere della Sera, pagine fiorentine, 26 gennaio 2013)

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