Tutto questo è stato

Pubblicato il 16 febbraio 2013 da admin

Arriva con qualche minuto di ritardo. I ragazzi lo aspettano pigiati e un po’ distratti in aula magna: chi spippola al cellulare, chi parlotta col compagno, chi spera che finisca presto. La prospettiva di un incontro di due ore a ragionare di Storia, quando si hanno diciott’anni, alletta solo se serve a farti saltare una verifica scritta o un’interrogazione. Ma già quando entra e attraversa la grande stanza, coi suoi novantuno anni addosso, un’energia inconsueta vi si diffonde dentro. Io guardo i miei studenti, che guardano fissi lui. Cosa potrebbe avere da raccontare, proprio a loro, un uomo così anziano? Si siede al tavolone quasi sparendoci dietro, saluta con voce flebile, e comincia. In due ore racconta trentanove mesi, lontanissimi dal nostro presente, ma al suo appiccicati ancora molto bene. Trentanove mesi di deportazione, prigionia, violenza e umiliazione. Il suo nome è Silvano Lippi. Non è la prima volta che va in una scuola e accetta di incontrare una folla di studenti. Lo fa da qualche anno. E’ tristemente felice di farlo. Raccontare quei trentanove mesi di sessant’anni fa gli costa fatica fisica e interiore, ma sa bene quanto valga la sua testimonianza, quanto sia indispensabile parlare, far sapere, meditare “che questo è stato”. Dopo l’8 settembre 1943, come militare, Silvano Lippi decise di non allearsi con la Repubblica di Salò. Il suo destino divenne raccapricciante, allucinante, inverosimile: fu costretto alla prigionia e al lavoro coatto prima nei campi di concentramento dell’Egeo, poi a Samos e infine nei campi di sterminio di Norimberga e Mauthausen. Ancora oggi non c’è giorno senza che l’orrore visto allora non torni a trovarlo, in ogni momento, in ogni gesto della sua giornata. Guarda negli occhi uno per uno i miei studenti e parla chiaro, dice tutto, fino in fondo: racconta di cumuli di corpi umani immersi nel piscio e nella cacca, di lui stesso che –con la pelle strappata dalla disidratazione- si bagna le labbra con la sua stessa urina, narra torture feroci e gratuite inflitte per divertimento puro, per gioco. Dice di quel giorno in cui, per aver chiesto a un kapo un po’ d’acqua per un compagno agonizzante, fu costretto a infilare la testa di costui dentro un secchio e procurargli la morte per annegamento. Dice di pidocchi e cimici disseminati nel corpo di tutti i detenuti, di una pulizia inesistente, di una mortificazione costante, irrazionale e illimitata. Però è solo uno il momento in cui piange davanti alla platea adolescente che lo contempla muta: quando dice del suo ritorno a casa e dell’incredulità ironica con cui il racconto del suo inferno venne accolto dagli amici, dai parenti, dai conoscenti. E mentre piange al cospetto di cento ragazzi costernati, ripete come un lamento una domanda: perché dicono che non è vero? Certi storici non condividono la pratica di invitare nelle scuole i superstiti della deportazione, sostenendo che la storia si debba studiare con la testa e non cercare di riviverla col cuore. Dopo aver guardato i miei ragazzi che ascoltavano Silvano Lippi, io sono convinta dell’esatto contrario: finché i superstiti saranno al mondo e vorranno farci dono di se stessi, noi dobbiamo studiare anche ascoltando, sdegnandoci e credendo.

(oggi sulle pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)

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