Una serata all’inferno

Pubblicato il 17 marzo 2013 da admin

L’inferno è una festa ispirata agli anni Settanta, dove tutti (tranne me e chi mi ci ha portato) si presentano vestiti a tema. Il locale si snoda in un largo ingresso all’entrata e quattro sale. Nell’invito si parlava di “apericena”, uno dei più orrendi neologismi coniati nella storia della lingua italiana. L’aperi- te lo prendi al bancone ed è naturalmente alcolico. La -cena è un troiaio di pastasciutta al pomodoro che non darei neanche al gatto e un patè di fegatini da spalmare sopra dischetti di pane buttati qua e là, che non rifilerei nemmeno a un povero randagio a quattrozampe. Il popolo è pigiatissimo e diverso: i travestiti giovani, obiettivamente buffi; i travestiti meno giovani e prolemuniti, che immediatamente odio, come odio tutti quei genitori che trascinano bimbi di due, tre, quattro anni a feste per adulti, e li abbandonano a pascolare a terra storditi dal rumore, increduli e destinati a un’adolescenza compromessa, oppure se li portano appoggiati addosso abbandonati e dormienti come sacchi di patate, col rigagnolo di bava che cola da quelle bocchine semiaperte del colore di ciliegia. Portano quasi tutti una parrucca: i maschi da Lenny Kravitz, le femmine da tossiche dei tempi andati. Gli abiti hanno colori psichedelici, i tacchi sono zeppe, le forme imitano la geometria e le meccaniche celesti. La musica assorda. Non si parla, non si cammina, non si vive. Dalla folla intravedo due cani: sono enormi, bellissimi e sfortunati, perché hanno due padroni testedicazzo che, anziché portarli al parco a correre felici, li costringono in una festa anni Settanta a farsi pesticciare coda e zampe. Quello scuro è scuro anche d’umore, quello chiaro ha del genetico kajal intorno agli occhi che lo rende languido e indifeso. Come quando ero ragazza e per caso finivo prigioniera di un inferno come questo, prendo a interrogarmi sulla stupidità umana e sul perché della creazione. Butto gli occhi intorno e vedo sorrisi ottusi incollati sopra volti inespressivi. Mi rifugio in bagno. E nell’anticamera, insieme a un irrespirabile puzzo di piscio, trovo un Lenny Kravitz, parruccona nera, pelle abbronzata, rayban da sole, camicia aperta, che mi fa: “Signora, ma lei perché non è vestita anni Settanta?”. La signora sorride, espleta il bisogno, alza i tacchi, e torna a casa sua.

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