Il dilemma

Pubblicato il 23 marzo 2013 da admin

Quindici in tutto, sono la classe che ogni insegnante vorrebbe avere. Spassosi ma allo stesso tempo regolati da un’autodisciplina innata, entusiasti nei confronti di qualsiasi attività si vada loro proponendo, rigorosi e puntuali nelle consegne, appassionati nei confronti delle materie e sinceramente affettuosi nei confronti dei loro professori. Insomma, uno di quei piccoli miracoli a cui pare che la scuola italiana stia assistendo sempre più di rado. Ho ereditato questo gruppo da una collega di lettere che aveva già svolto un ottimo lavoro e da un consiglio di classe che (come si dice in gergo) lo aveva già ampiamente scolarizzato, laddove “scolarizzare” (cacofonico verbo che perfino il computer si ostina a segnarmi errore) va inteso come educare, piegare alle regole, motivare allo studio. Insomma: addomesticare. In questa classe è divertente perfino l’ora di grammatica, perché tutti hanno capito che scardinare le regole è un atto esaltante, ma prima bisogna aver imparato a padroneggiarle. Per colpa di una di loro, che dai tempi delle medie conservava un ottimo ricordo del romanzo reputato il palloso per antonomasia, ho dovuto reinserire nel programma i Promessi sposi di Manzoni, che tra i banchi di un professionale temevo potesse comportarmi una lapidazione a suon di tomi di letteratura. Ma ecco giungere, la scorsa settimana, il giorno della partenza per la gita. La mèta è Roma, l’organizzazione perfetta, lo spirito alle stelle. Il viaggio va alla grande, nessun intoppo, nessun problema, nessuna sbavatura. Alle 9 di sera di due giorni dopo sono tutti a casa. Ma la mattina successiva l’aula è deserta. A eccezione di una ragazza, nessuno studente della classe perfetta è presente all’appello. Indago e scopro che, prima di scendere dal pullman e salutarsi, si sono scientificamente accordati per restare tutti a letto a riposarsi infischiandosi della regolare ripresa delle lezioni. Parallelamente deduco che ottenere il placet di tutti i loro genitori è stata una bazzecola: hanno chiesto e subito ottenuto. Cosa fare: chiudere un occhio e prenderla sul ridere, o sdegnarsi, fare rapporto scritto ai quattordici assenti e proporre alla dirigente una sanzione disciplinare? Io ho scelto la seconda e me ne sono fatta convinta paladina coi colleghi: punire, punire immediatamente il disdicevole e irresponsabile comportamento. Troppo, per una classettina tanto positiva? Eccessivo, per un gruppo che si è sempre distinto in serietà, impegno e senso del rispetto? Esagerato, in un quadro scolastico nazionale che combatte contro l’apatia, la demotivazione e la maleducazione degli adolescenti? Per come la vedo io, no. Perché per costruire un gruppo tanto bello ci vogliono giorni, settimane, mesi. Per rovinarlo non ci vuole nulla, giusto il tempo necessario a far passare un messaggio diabolico: che tra la ragazza venuta a scuola e i quattordici rimasti a casa dopo una gita d’istruzione non c’è nessuna differenza e che, anzi, quasi quasi quelli rimasti a casa sono stati più furbi di lei. L’attesa del verdetto finale e la punizione subita, invece, hanno fatto miracoli e ora quei quindici sono tornati la classe perfetta che erano prima e che noi colleghi speriamo restino per sempre.

(oggi nelle pagine fiorentine del Corriere della Sera)

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