The di classe

Pubblicato il 30 marzo 2013 da admin

Vengo contattata da una docente di Lettere del Calamandrei di Sesto. Mi si propone di incontrare una delle sue classi per una chiacchierata sulla letteratura, una rilettura più amichevole e meno ingessata degli autori previsti dal programma. Chiedo tempo per pensarci perché (anche se dalla foto potrebbe non sembrare) sono timida e la confidenza che costruisco con i miei studenti è il risultato di una frequentazione quotidiana e di tutti quegli episodi insignificanti e profondi che la quotidianità si porta dietro. E poi perché conosco bene la fascia adolescente e so come sia difficile sfondarne le barriere difensive anche dopo mesi e mesi di lavoro, figuriamoci nel giro di una sola mattinata. Ma poi, parlandone proprio con una delle mie classi, scopro che nel gruppo di quell’insegnante del Calamandrei ci sono due ragazze che sono fidanzate con altrettanti miei studenti. Mi s’accende la lampadina e decido di accettare. Trasformo il titolo dell’incontro proponendo di chiamarlo “gemellaggio letterario”, sposto me stessa in disparte e piazzo al centro loro, gli alunni delle due classi interessate. Chiedo alla collega (che non ho mai visto in faccia prima del giorno che deve venire) se possiamo imbastire una mattinata che il regista Francesco Bruni definirebbe “scialla”, cioè rilassata, tranquilla, informale, (apparentemente) disimpegnata. E lei accetta di buon grado. Optiamo di sostituire le sedie coi cuscini e di sederci a terra, pianifichiamo di sorseggiare un the e sgranocchiare biscottini al cioccolato tra un Dante e un Boccaccio, un Foscolo e un Leopardi. Il giorno fissato arriva e noi partiamo: qualcuno va coi mezzi pubblici, qualcuno in motorino, qualcun altro mi salta in auto e, tra un giri qua e un volti là, mi guida fino a Sesto smanettandomi il lettore cd al massimo volume. L’incontro coi simili del “Cala” è spassosamente caotico, incredibilmente immediato, straordinariamente spontaneo. Ci presentiamo dicendo di noi stessi nome e passione principale: mi chiamo Sara e amo il tennis, sono Andrea e faccio arti marziali, sono Federica e non posso vivere senza leggere. Poi confrontiamo i nostri gusti in fatto di letteratura italiana: meglio gli autori tristi o quelli più leggeri? Ma perché, ce ne sono? O non parlano forse tutti di morte e di dolore? E perché lo fanno? Forse perché le opere migliori dell’uomo nascono proprio dal dolore? E noi, creiamo più facilmente qualcosa di vagamente artistico quando siamo travolti dalla gioia o quando siamo annientati dalla tristezza, dalla malinconia, insomma da quello che i poeti chiamano spleen? E’ originale e stimolante ragionare di argomenti eterni tra un the verde e uno nero, a scuola non si fa mai perché si vive nella discutibile convinzione che lo studio della letteratura debba presupporre arie imbronciate, umori bassi e noia mortale. Invece ci si può confrontare su vita e morte, felicità e angoscia, arte e poesia anche sorridendo, guardandoci curiosi in fondo agli occhi, il sedere appollaiato su un cuscino, le labbra appoggiate sul bordo di una tazza calda, il cuore che batte un po’ più forte del normale perché in mezzo a tutta questa gente c’è proprio quello che piace a me.

(oggi sulle pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)

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