Adolescenze

Pubblicato il 13 aprile 2013 da admin

Pochi giorni fa si è svolta la quarta edizione del “Film Middle East Now”, una splendida rassegna cinematografica che racconta il medioriente portando a Firenze pellicole, registi, produttori e attori altrimenti invisibili nei circuiti tradizionali. Ci ero sempre andata con le amiche, quest’anno ho
deciso di portarci la mia classe quarta: quattro marocchine, un’egiziana, un’albanese, un’italo-
nigeriana, una ragazza originaria dello Sri Lanka e otto italiani (tre maschi e cinque femmine).
Più multietnici di così, neanche a impegnarsi. All’Odeon davano “A world not ours” del regista
palestinese Mahdi Fleifel, che ha girato 93 minuti di ricordi estivi trascorsi da ragazzo dentro il
campo profughi di Ain al-Hilweh, brandelli di una storia forte, sconvolgente e toccante. E infatti
siamo usciti tutti molto turbati, io in particolar modo, che mi sono commossa e sono stata per questo
scherzosamente vilipesa dai miei alunni. Fatto sta che, da quella mattina, mi sorprendo spesso a
rimuginare sull’adolescenza che ho vissuto io trent’anni fa, su quella che ha vissuto il regista e su
quella che vivono in questo momento i ragazzi e le ragazze che vedo ogni mattina e che sono giunti
in Italia da molto lontano. Della mia, ricordo che si è consumata in un appartamento tirato a cera da
una mamma lavoratrice ma molto presente nelle mie giornate, arricchite da un padre ubiquo che era
sempre in grado di sapere dove ero, con chi ero, cosa facevo e come stavo. Ricordo pranzi variegati
e cucinati, mai nulla di surgelato, tutto sempre espresso, ricordo una dedizione genitoriale che allora
chiamavo senso di soffocamento ma che in realtà mi faceva sentire importante e amata. Ricordo che
non mi facevano tirare su neanche le coperte del mio letto, che a malapena aiutavo ad apparecchiare
la tavola per la cena, che mi veniva chiesto solo di studiare e che, prima di laurearmi, non ho mai
lavorato nemmeno un quarto d’ora. Un’adolescenza tranquilla e sicura, stabile e serena, dove gli
unici problemi me li dava quel ragazzo che non si accorgeva della mia esistenza, ma dove mi
veniva messo a portata di mano tutto il necessario per fare di me l’adulta che volevo diventare.
Ora che sono circondata da studenti stranieri e conosco le loro esistenze, mi domando
cosa sarebbe stato di me se la mia famiglia, per farmi sopravvivere, si fosse dovuta smembrare e
allontanare dalla sua terra d’origine per andare a lavorare in un posto estraneo e lontano in termini
di strada e di cultura, dove forse sarebbe stata accolta con sospetto e una certa antipatia. Mi chiedo
in quali condizioni domestiche avrei abitato, se avrei avuto accanto a me i miei genitori o se sarei
dovuta crescere con una nonna o una zia, in mezzo ad altri figli che non mi erano fratelli. Mi chiedo
dove avrei trovato la voglia e la costanza di studiare, dovendo conciliare le mie mattine a scuola
con i lunghi pomeriggi a lavorare dentro qualche negozio, dietro qualche bancone. E mi dico che
i miei studenti sono molto, molto più bravi di me e che i miei meriti, in confronto ai loro sacrifici,
diventano invisibili, ridicoli. Praticamente nulli.

(oggi sulle pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)

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