Dopo trent’anni

Pubblicato il 27 aprile 2013 da admin

Una cosa che non farei mai è un raduno coi compagni di scuola. Mi sembra una pratica così triste, così retorica, così masochistica: rivedersi dopo decenni e non riconoscersi, oppure riconoscersi (a stento) ma non avere nulla da dirsi, e allora stilare una lista degli eventi che ci siamo procurati o che ci sono toccati in questa parte di vita, mariti, mogli, figli, lavori, acciacchi, viaggi, successi, fallimenti. Prima io, poi te, poi lui, poi lei. Solo che né a me né a te, né a lui né a lei, in fondo, importa nulla.
A scuola gli amici te li ritrovi in sorte: che ti piacciano o non ti piacciano, sono quelli e te li tieni per almeno un quinquennio. Figuriamoci se poi me li devo andare anche a ricercare e risorbire per una serata al ristorante.

Al raduno degli amici della mia adolescenza, invece, ci sono andata eccome. Erano anch’essi amici inizialmente toccati in sorte, ma poi confermati con la volontà e l’intenzione di tenerseli, di camminarci a fianco per farci un pezzo di strada insieme, di condividerci quello che, in quel tempo, è importante: le domande, gli amori, i dubbi, i bivi, le scelte.

L’occasione ce l’ha data, una settimana fa, l’uomo che ci fece incontrare e che ci radunò tutti insieme per interminabili inverni e per incantevoli estati: quell’uomo era colui che mandava avanti l’oratorio don Bosco (da noi detto il campettino) e che organizzava il campeggio Gastra, suddiviso in turni di quindici giorni cadauno a seconda dell’età, anche se poi c’era chi (per esempio io) saliva in montagna a giungo e riscendeva in paese a settembre. Quell’uomo, morto due anni fa, è stato ricordato a San Giovanni Valdarno con una Messa solenne celebrata in Basilica e (soprattutto) con un pranzo faraonico allestito nei sottostanti Saloni alla presenza di 320 invitati.

Ho rivisto amici che non rivedevo da trent’anni.
Ho ripensato a chi, come Prospero, non è più tra noi.
Ho pianto e riso, mangiato e parlato.
E nulla mi è sembrato triste, retorico, né masochistico.
Ma tutto mi è sembrato un’incredibile festa, dedicata a quelli che fummo, ai sogni che avemmo e agli individui che, anche grazie a quell’uomo che volle prenderci per mano e guidarci lungo un bel viottolo di vita, siamo diventati.

Se c’è una pratica che non sopporto, è quella di parlare bene a tutti i costi di chi una volta c’era e ora non c’è più. Dei morti, insomma.
M’è sempre sembrata un’ipocrisia ignominiosa, un atto vile, un comodo ripiego per non dire quello che si pensa veramente.
Così ho deciso che, di Prospero, io dirò tutto quello che pensavo.
Quando ero una ragazzina, Prospero mi stava veramente sulle scatole.
Da grande avrei capito che la causa di questo sentimento ostile dipendeva dal fatto che probabilmente io stavo sulle scatole a lui. Questo accadeva perché ero vivace, ero trasparente, ero sfacciata ed ero femmina.
E Prospero aveva in antipatia tutte quelle femmine che, potenzialmente, avrebbero potuto distrarre i maschi che lui allenava al basket e alla vita con tanta dedizione.
Io invece lo guardavo, quando troneggiava al campettino e mandava avanti il campeggio estivo più bello del mondo, e ne ero tacitamente affascinata.
Schietto e sincero, diceva quello che pensava anche quando poteva farti male.
Rustico ed essenziale, sapeva vivere di poco e sapeva dare molto.
Ma a me di quel molto sembrava non arrivassero che sparute briciole. Avrei voluto essere più accettata, più apprezzata.
Quando Prospero iniziò ad accettarmi e ad apprezzarmi, ero già cresciuta, mi ero già data da sola le risposte che cercavo e lo avevo già ampiamente perdonato.
Di lui oggi ricordo gli occhi buoni e le mani dure, i capelli spettinati e il sorriso amaro. Ricordo la sua maestria nel trasformare l’ultimo avanzo in una prelibatezza alimentare. Ricordo la profonda timidezza che nascondeva dietro una ruvidezza simulata. La generosità che non ti faceva mai pesare.
Ricordo il piacere che gli dava mescolarsi a tutti noi, farci competere con leggerezza, farci divertire con consapevolezza, regalarci la migliore delle adolescenze di cui ciascuno avrebbe preso veramente coscienza solo una volta divenuto grande.
Prospero me lo porto dentro in ogni atto della vita, nel mio essere insegnante, narratrice di storie, donna animata da ottimismo e da speranza. Egli parla anche attraverso le parole che dico ai miei studenti a scuola, ai miei amici fuori, al mio uomo a casa, perché l’eredità che ci ha lasciato lui, povero di beni ma ricco di bene, ci è rimasta appiccicata addosso e non ce ne potremmo liberare neanche se decidessimo di farlo.
Il nostro Prospero, come il mago creato dalla fantasia di Shakespeare, ci promise “bonaccia di mare, venti propizi e vele sì veloci” affinché la nostra giovinezza fosse indimenticabile e la nostra maturità conservasse sempre una nota di fanciullezza eterna con cui sognare, fuggire, insomma: vivere meglio.

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