In controtendenza

Pubblicato il 27 aprile 2013 da admin

Abbiamo un’ora buca e andiamo a prendere un caffè al bar della scuola. Lei insegna Fisica, ha la mia stessa età e una passione fantasiosa per la culinaria che sfoga sopra un blog di successo. Ha le dimensioni di un bigné, il volto di ragazza e un amore indomabile per la professione che svolge. Le metti un computer davanti e ti tira fuori dei capolavori grafici. Frequenta il TFA, tirocinio formativo attivo, seguendo lezioni sulla propria disciplina, incontri di didattica e di pedagogia ed effettuando molte ore di tirocinio in un liceo scientifico e in un istituto professionale: alla fine del faticoso iter dovrà sostenere un esamone. Con gli studenti ci sa fare e, anche se non arriva alla parte più alta della lavagna, sa arrivare alle loro teste e ai loro cuori. Sorbendo il suo caffè, esordisce: “Posso dirti una cosa in controtendenza?”. E incoraggiata dagli occhi spalancati con cui la guardo incuriosita, subito dopo me la dice. Mi dice che, per come la vede lei, la scuola di oggi è molto meglio della scuola di ieri. E che, per quanto se ne parli male, per quanto la si critichi e la si demolisca verbalmente, la scuola di oggi non ha nulla da invidiare a quella che frequentammo noi né a quella, ancora più distante e diversa, che frequentarono i nostri genitori. Da qualche anno nelle scuole italiane sono entrate decine e decine di nuovi docenti, alcuni sopravvissuti agli anni di precariato e supplenze annuali itineranti, altri usciti di fresco da quelle scuole di specializzazione all’insegnamento che sono state tanto criticate ma che hanno prodotto professionisti preparati e soprattutto sensibilizzati alle questioni legate alla didattica. La maggior parte di questi insegnanti entra in classe proponendosi chiarezza comunicativa, originalità didattica, coinvolgimento empatico e partecipazione emotiva a quanto si insegna e si vuol far imparare. Non solo: la scuola di oggi è dentro le cose della vita, propone corsi e progetti che fondono quello che bisogna sapere in teoria con quello che bisogna saper fare nella pratica. Si preoccupa di quello che non funziona dentro la vita dei ragazzi che la frequentano e, dove può, cerca di intervenire. “Te la ricordi la scuola di quando ci andavamo noi?”. Sì, me la ricordo: era una scuola che sfornava quintali di nozioni. Se le imparavi zitto e buono, andava tutto bene. Sennò restavi indietro, annaspavi e, spesso, morivi annegato.

(oggi sulle pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)

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