Fimmine ribelli

Pubblicato il 25 maggio 2013 da admin

Ha i capelli biondi, il volto morbido e una voce che incanta. Si chiama Francesca Prestia ed è una maestra elementare calabrese. Questo anno scolastico però, anziché con i suoi piccoli alunni, ha deciso di spenderlo in giro per molti istituti italiani a diffondere il progetto “Dedicato a Lea” che lei stessa ha elaborato e realizzato in collaborazione col Miur. Qualche giorno fa è venuta anche nella scuola dove insegno io e ha incontrato gli studenti delle classi quarte e quinte per cantare loro, accompagnata da alcuni strumenti e da oggetti di profondo valore simbolico, la storia di Lea Garofalo e di tutte quelle donne calabresi che in questi ultimi anni hanno scelto di diventare “fimmine ribelli”. Cioè di mogli, sorelle o madri schiave degli uomini della ‘ndrangheta che, a un certo punto della loro vita, dicono basta alle regole mostruose imposte loro dall’organizzazione criminale calabrese e decidono di collaborare con la giustizia. Queste cose i ragazzi un po’ le conoscono per averne sentito parlare in televisione o per averne letta qualche notizia sui giornali: ma non ne sanno abbastanza e soprattutto non se le sono mai sentite raccontare da qualcuno che le conosce tanto da vicino. Li guardavo, in aula magna, mentre la maestra Francesca Prestia “cantava e cuntava” quegli orrori affiancata dai disegni evocativi di Giampiero Donno, più scioccanti di fotografie vere. Guardavo i loro visi, dapprima scettici (che ci viene a raccontare questa qua, dalla Calabria?) e man mano sempre più rapiti (ma davvero esistono questi uomini, queste donne e queste vite, in Italia?), che ogni tanto si voltavano a cercare il mio sguardo per avere la conferma che tutto quello che si sentivano narrare era realtà. Certo che lo è. E’ realtà che le “fimmine ribelli”, allorché decidono di spezzare il meccanismo ‘ndranghetista per uscirne, diventano per i loro uomini donne da sequestrare, torturare, uccidere e bruciare. Lea Garofalo fu rapita, condotta in un luogo deserto, torturata per ore e infine strangolata. Il suo corpo fu bruciato in un fustone metallico per disperderne ogni traccia. Poiché il suo osso sacro non prendeva fuoco, venne preso a martellate affinché si sbriciolasse e potesse finalmente cedere alle fiamme. Bruciando il corpo, quegli uomini pensano di bruciare anche le idee. Ma la scuola, che di idee si nutre, ha il dovere di raccontare, diffondere e urlare anche queste storie atroci, che i nostri ragazzi devono sapere.

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