Tempi Magris

Pubblicato il 19 giugno 2013 da admin

Non c’è viaggio senza che si attraversino frontiere – politiche, linguistiche, sociali, culturali, psicologiche, anche quelle invisibili che separano un quartiere da un altro nella stessa città, quelle tra le persone, quelle tortuose che nei nostri inferi sbarrano la strada a noi stessi. Oltrepassare frontiere; anche amarle – in quanto definiscono una realtà, un’individualità, le danno forme, salvandola così dall’indistinto – ma senza idolatrarle, senza farne idoli che esigono sacrifici di sangue. Saperle flessibili, provvisorie e periture, come un corpo umano, e perciò degne di essere amate; mortali, nel senso di soggette alla morte, come i viaggiatori, non occasione e causa di morte, come lo sono state e lo sono tante volte. Viaggiare non vuol dire soltanto andare dall’altra parte della frontiera,ma anche scoprire di essere sempre pure dall’altra parte.

A me questo brano di Claudio Magris pare perfetto per un diciottenne che si appresta a partire per il grande viaggio della vita: stimola, esorta, mette in guardia, incoraggia, avverte e spinge a mettersi in cammino. Ed è lucido, onesto, spietato, armonioso. Come dovrebbe essere l’esistenza.
Ma già si grida alla scelta sbagliata, già si denuncia la mancata conoscenza che di Magris avrebbero i maturandi.
E’ vero: Magris alle superiori non si fa. Probabilmente neanche al Classico.
Ma su questo brano chiunque può scrivere un mondo, perché del mondo parla e di mondo ciascuno di noi -che lo voglia o no, che ne sia più consapevole o meno- è intriso.
Io attaccherei col grido di Piero Pelù in “No frontiere”.
E forse boccerei.

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