Sbarre

Pubblicato il 20 giugno 2013 da admin

Quello di stasera è stato il nostro terzo incontro.
Il primo fu una mattina dell’inverno scorso, c’era una nebbia offensiva che neanche la mole di Sollicciano riusciva a sfondare. Un’ora di attesa fuori dai cancelli e poi una trafila lunga come la salve regina per farsi controllare, farsi ispezionare, farsi scrutare e registrare, depositare borsa, cellulare, fazzoletti di carta, tutto. Perché in carcere si entra a mani vuote, al massimo con una sporta in plastica trasparente attraverso cui si veda bene ciò che porti: un libro, una penna, un quadernuccio.
Il secondo è stato poche settimane fa, la primavera timida ma era arrivata e quando uscimmo dal mastodontico edificio sul cielo color azzurro tramonto inoltrato si stagliò una luna esagerata spuntata all’improvviso dalle spalle della sovraffollata prigione di Firenze. Nel teatro interno avevamo assistito al concerto della compagnia dei detenuti, una ventina di elementi di provenienza multietnica e di reati misteriosi, due ore di musica influenzata di ritmi e di culture, centoventi minuti a ballonzolare sulla poltroncina senza che nessuno si potesse alzare, circondati come eravamo da guardie e secondini a muso lungo.
Il terzo è stato questa sera ed è appena finito. E’ cominciato presto ed è terminato entro un’ora stabilita, l’ora del rientro dentro i cancelli, oltre le porte ferree, al di là delle sbarre. Per una sera sola al gruppo è stato consentito di entrare in città, raggiungere la Limonaia di Villa Strozzi, consumare una cena a buffet nel parco in mezzo alle persone (che si credono) normali e quindi esibirsi sopra il palco.
E così abbiamo cenato allo stesso tavolino, ci siamo salutati con abbracci e un numero di baci che variava a seconda della provenienza geografica di ognuno (i tunisini te ne danno quattro addirittura), ci siamo presi un poco in giro e con un in-bocca-al-lupo li abbiamo guardati raggiungere l’anfiteatro all’aperto. Per cena c’erano grandi teglie di pizza al taglio, buona e calda come la musica suonata di lì a poco. Da bere c’erano fusti di birra fresca e consolante dopo un’altra irrespirabile giornata.
Parlando con un detenuto è facile scivolare nella gaffe.
“Ma te, scusa, dove l’hai preso tutto codesto sole?!” ho chiesto al solista, troppo abbronzato come prigioniero.
“Guarda bene, è un sole a sbarre” ha detto lui.
Ma è facile anche il contrario, cioè che la gaffe sia autoprodotta (e autoironica) dal diretto interessato.
“Stai attenta, non lasciare la tua borsetta incustodita sulla sedia, mettitela più vicina.”
“Perché?”
“Perché c’è gentaccia brutta in giro questa sera.”
Di gentaccia brutta io invece non ne ho vista: solo un pubblico incantato davanti ad artisti bizzarri e coraggiosi, gentili e delicati, che pagano l’errore e aspettano l’arrivo della vita nuova.

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