La vera storia di Micina Trattorini

Pubblicato il 11 luglio 2013 da admin

Micino da Scansano -il gatto che adottammo tre anni fa- è intuibilmente nato nel comune citato all’interno del suo cognome evidentemente gentilizio.
Lo adottammo perché lo trovammo -stremato, famelico e inzuppato d’acqua piovana- sul ciglio di una strada. E non una strada qualsiasi: la strada che sua madre attraversava prima di tagliare per i campi e raggiungere la tana misteriosa in cui aveva dato alla luce la propria cucciolata.
Sua madre era la famosa Micina Trattorini, così denominata per via di quel suo fusare accelerato e rumoroso che la rendeva simile al motore di un trattore sotto sforzo.
Riassunto delle puntate precedenti.
Conoscemmo Micina Trattorini nel momento in cui firmammo il contratto d’acquisto della nostra casa maremmana: lei si materializzò in giardino, decise che le piacevamo e si accasò. Stava con noi quando c’eravamo. Nel momento in cui tornavamo a Firenze, lei si arrangiava altrove lasciandomi regolarmente in lacrime lungo tutto il viaggio di rientro. Ma come riapparivamo in quella terra, come se ci percepisse dall’odore, riprendeva possesso degli spazi esterni e interni. Pretese -e ottenne- una ciotola di cibo e una d’acqua per ricostituirsi, diverse sedute su cui acciambellarsi tra una scorribanda e l’altra e un letto su cui dormire nell’ufficialità notturna.
Micina Trattorini era una micina a pelo prevalentemente nero, con macchie bianche sparse e uno schizzo nero sotto il naso rosa che procurava il colpo d’occhio di un paio di baffi di eco nazionalsocialista: per qualche giorno fu chiamata anche Hitlerina, appellativo di lì a poco accantonato per scontate ragioni.
Micina Trattorini era affabile, socievole, indipendente e paracula. Nutrivamo per lei una smodata simpatia ch’ella ricambiava col suo rumoreggiare a volume alto. Tentammo di adottarla a tutti gli effetti e alla fine di un weekend la buttammo in macchina per condurla con noi in città. Cinque ore dopo ci aveva fatti a fette a suon d’unghiate e noi demmo all’imprevisto atteggiamento il nome di disappunto, riportandola immediatamente nella campagna in cui l’avevamo conosciuta. Ci sono amori che, una volta ufficializzati, smettono di essere amori e si trasformano in un’insofferenza che procura afa esistenziale. Quello che ci univa a Micina Trattorini era un amore che gridava libertà, tolleranza, ampi respiri e periodiche pause di silenzi e lontananze. Che poi è l’amore migliore.
Dopo la gravidanza e il parto, da noi seguiti con l’attenzione di due amici ansiosi ma al contempo rispettosi, Micina Trattorini si dileguò nel nulla. Nessuno più l’avvistò in paese. Nessuno la vide passare con un gattino in bocca. Nessuno divulgò di lei notizia positiva alcuna.
Si sparse anzi la voce secondo cui la Trattorini fosse tragicamente morta. Di debolezza post-partum, disse qualcuno. Di fame nera, aggiunse qualcun altro. Sbranata da una volpe, asserì qualcun altro ancora.
Noi abbracciammo la terza ipotesi, avvalorata dall’avvistamento di esemplari selvatici tra gli agglomerati paesani e reputata come la più intrisa di pathos e di eroismo che glorificasse la già gloriosa vita del simpatico felino.
E quando, sul ciglio di quella strada, rinvenimmo uno dei suoi inconfondibili cuccioli, all’istante lo adottammo: per eternare attraverso lui la sua memoria, per tenere con noi un pezzo di lei e perché -come avremmo scoperto di lì a poco- l’erede di Micina Trattorini portava impresse nel dna le peculiarità migliori di sua madre, affabilità, simpatia e intelligenza.
Micino da Scansano è stato allevato a suon di biascicotti e di carezze, di baci e cure ricostituenti. A parte il taglio delle palle, nessuna violenza è stata perpetrata mai ai suoi danni e in casa nostra è stato accolto come un cucciolo di umano.
Per non causare in lui l’insorgere di crisi di identità, però, sempre gli è stata raccontata l’eroica esistenza della madre, morta per salvare la propria cucciolata dall’attacco della volpe e immolatasi anche per lui.
Ma veniamo all’oggi. O meglio, a una settimana fa quando, passeggiando di notte per le viuzze del paesino maremmano, la strada ci è stata tagliata da una gatta nera a macchie bianche, con uno schizzo d’inchiostro sotto il naso a mo’ di baffo hitleriano.
“Guarda questa micia come…”
“…già, come assomiglia a…”
“…alla nostra Micina Trattorini.”
“Possibile?!”
“No, non è possibile. Micina è morta tre anni fa sbranata da una volpe.”
“E’ vero, e poi di gatti in questo modo è pieno il mondo.”
“Hai ragione. Però questa sembra proprio lei…”
“Ma poi guarda: ha il baffetto nero sotto il naso!”
“E le toppe bianche sembrano proprio quelle della Trattorini.”
“Ma poi senti il rumore.”
“Solo lei fusava in questo modo.”
“Ma non può essere lei.”
“O magari lo è…”
Tornati a casa, abbiamo cercato sul computer le vecchie foto della Trattorini, confrontando i disegni del mantello e ogni più remoto angolo del suo corpo con quello della gatta incrociata in paese.

Micina Trattorini, madre di Micino da Scansano, creduta morta da tre anni, è viva.
E -grandissima meretrice maremmana- è di nuovo incinta.

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